Elegie vv. 19-26
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Cirno, con la mia astuzia voglio apporre un sigillo1 a questi versi [oppure: mediante questi versi],
e non saranno mai rubati di nascosto,
e nessuno muterà in peggio il buono che contengono2;
e così tutti diranno: “Sono versi di Teognide
di Mègara: famoso fra tutti gli uomini.”
Ma non posso ancora piacere a tutti i concittadini.
Nulla di strano, Polipàide: neppure Zeus, infatti,
piace a tutti, né se fa piovere, né se fa splendere il sole3.

 

(1) Letteralmente: “da me che sono accorto sia apposto un sigillo”. E’ noto che la natura di questo “sigillo”, presunta garanzia di autenticità delle opere teognidee, è tuttora oggetto di discussione. V’è chi ritiene che si trattasse di un sigillo vero e proprio, materiale, in tal caso espediente davvero ingenuo, destinato com’era a corrompersi in breve tempo; e chi, più opportunamente, pensa che si tratti di una “chiave” di lettura cifrata, nascosta nei versi stessi. Si è pensato al nome di Cirno, il giovane amato da Teognide, o al suo patronimico Polipàide, che ricorrono circa 200 volte nel corpus teognideo; oppure al nome stesso del poeta. Non si vede però come la presenza del nome dell’autore all’inizio dell’opera potesse preservarla da successive interpolazioni (verificatesi in effetti). Infine c’è chi pensa che la sphreghìs sia costituita proprio dal complesso dei versi 1-5 di questo frammento, da ripetere forse all’inizio della recitazione di ogni componimento autentico: in questo caso il senso del dativo toisdepesin cambia profondamente, passando da reggenza del verbo epikeisqw a complemento di mezzo: non si tratterebbe più, infatti, di apporre un sigillo ai versi, ma mediante i versi in questione, che costituirebbero essi stessi il sigillo;
(2) letteralmente: “(li) muterà in peggio, essendoci (in essi) il buono”;
(3) letteralmente: “né facendo piovere né astenendosi”.