Søren Aabye Kierkegaard nacque a Copenhagen il cinque maggio del 1813. Dagli anziani genitori ricevette un’educazione pietista, improntata sulla rigidità e sul rigore. Le tragedie vissute in famiglia e l’educazione ricevuta fecero del giovane una persona malinconica e introspettiva, ossessivo nei confronti del peccato, si sentiva colpito da una “maledizione divina”, per una’imprecisata colpa commessa dal padre, forse aver maledetto Dio ad undici anni per la sua povertà, quando ancora faceva il pastore. Dedicò la maggior parte della sua vita allo studio, arrivando ad essere considerato il padre dell’esistenzialismo. Il filosofo scrisse nel 1843 una raccolta di teorie filosofiche intitolata Aut-Aut, che aveva lo scopo di parlare di due stadi della vita: vita estetica e vita etica. Nel 1845 scrisse un altra opera, considerata la continuazione di quella già citata, intitolata Stadi del cammino della vita. Stadier på Livets Vej, titolo originale, è una fantomatica raccolta di vari autori, tutti però pseudonimi, cioè:   Hilarius il Rilegatore, William Afham e Frater Taciturnus. Alcune sezioni del libro sono state pubblicate successivamente, tra cui anche In vino veritas.

Questa sezione in particolare tratta della natura dell’amore, e il filosofo si serve di cinque personaggi, che parleranno delle loro teorie durante una cena. Kierkegaard si serve perciò del modello platonico del convito, dove il vino è utilizzato per schiudere la sincerità dei personaggi, e quindi di ciò che c’è di più intimo, cioè l’amore. Costantin Costantius, VIctor Eremita, Johannes il seduttore, lo stilista e il giovane sono le figure che animeranno la conversazione durante la cena, e ognuno parlerà di ciò che pensano sul argomento, distaccandosi quindi dal modello Platonico di cui abbiamo già parlato. Riconosciamo come già noti Johannes, già narratore di Aut-aut nella figura del seduttore e Costantin Costantinus, presunto autore de La Ripetizione. Nella figura invece di Victor vi è colui che avrebbe trascritto le discussioni di quella notte, per poi mandarle al rilegatore Hilarius, che le avrebbe poi pubblicate tempo dopo, in questo gioco letterario che il filosofo costruisce. 

Sarà il giovane a parlare per primo, il suo sarà un intervento che data la sua inesperienza e giovane età è contraddistinto da una certa superficialità, anche se coglie un reale problema del eros, che Kierkegaard risolverà in scritti futuri. 

“Per quanti sforzi faccia la mia riflessione non riesce ad afferrare l’amore; mi resta in mano solo la contraddizione. A volte ho l’impressione che mi sia sfuggito qualcosa, ma non so che cosa; per contro, la riflessione non teme di mostrarmi subito la contraddizione. Di conseguenza la mia idea di Eros è che si tratti della più grande contraddizione che si possa immaginare, e per di più comica”.

Qui viene presentato l’idea del giovane, e assieme la sua superficialità. Perché il filosofo aveva già parlato della contraddizione, e di come il comico la  percepisse, sentendola però esclusivamente fuori da sé, come fa il personaggio stesso: questo fa di lui nell’idea dello scrittore un irriflessivo, almeno in parte. La contraddizione consiste nella natura stessa del sentimento amoroso. Gli amanti hanno infatti la pretesa di ottenere un amore infinito, eterno, senza nemmeno sapere cosa l’amore sia in vero. Ancora oggi vediamo il giuramento che si fanno ad ogni abbraccio, o bacio. Pretende perciò l’innamorato l’idealità del rapporto, da una donna che però è finita, intrinsecamente quindi incapace di garantire una tale promessa. L’amore, dice il ragazzo, è come un granello di senape, che può germogliare e diventare un albero. L’errore sta nella cecità di vedere l’albero come qualcosa di assoluto ed infinito, e non considerarlo quello che è: infinitamente più grande e nobile, ma ancora finito. Conclude dicendo che mai ha provato attrazione nei confronti di una donna, glielo impedisce un motto “il pensiero è tutto”, e questo gli impedisce di cadere in un sentimento che ha insito in se una tale contraddizione.

Dopodiché interverrà un altra figura nel discorso, Costantin Costantinus, che riprenderà il discorso, ampliandolo e approfondendolo. Costui infatti ribatterà che la contraddizione è solo un gioco, e per questo non deve essere preso sul serio se si vuole goderne, godere della relatività, portandola così finalmente all’assoluto. 

<<Ecco perché è opportuno, al momento giusto, considerare la donna sotto la categoria del gioco. Il divertimento è impagabile. Bisogna considerarla una grandezza assoluta, facendo di se stessi una grandezza relativa.>>

I toni maschilisti della conversazione si fanno più evidenti, riprendendo le lezioni di Aristotele e Platone, che vedevano nella donna un essere imperfetto; per questo non si potrebbe raggiungere l’assoluto se la si prendesse sul serio, perché non lo può fisicamente raggiungere nella sua limitatezza. Bisogna limitarsi a godere solo del aspetto estetico, senza avere la pretesa di porsi dal punto di vista etico. Non smentisce il discorso del giovane, ma lo capovolge nel senso. Non bisogna sottrarsi al amore per le sue intrinseche contraddizioni, ma riconoscerle, per cimentarsi così nel gioco della seduzione per essere <<contenti e gioiosi>>.  

Continuerà Victor Eremita il discorso sulla contraddittorietà femminile, approfondendo il discorso sul ispirazione che la donna può suscitare. Questa ispirazione che ha fatto grandi poeti ed eroi non deriva però dalla presenza dell’amata ma al contrario dalla sua assenza e lontananza, quando perciò essa si nega nella sua affettività. Victor continua parlando del matrimonio, che non fa altro che rendere l’uomo marito o padre, senza suscitare in lui nessuna possibilità di fare grandi cose. L’ispirazione è tale solo nell’assenza della amata, perciò si ama di lei non il reale, ma l’idea che di essa abbiamo, ideale che svanisce totalmente nel matrimonio.  In questo intervento si raccolgono le notazioni più profonde relative al amore romantico, cantato nei versi dei poeti. L’ideale che la donna risveglia nel uomo, l’assoluto che raffigura, il valore immortale che suscita non possono mai trovare alimento nella donna in quanto donna: perciò la protagonista della poesia romantica deve morire, perché il suo potere è tutto nell’immaginazione di lei senza di lei, la sua presenza si nutre della sua assenza, la sua idealità è resa possibile soltanto dal suo svanire.

il quarto intervento è affidato al sarto, che afferma di conoscere lui solo il mondo femminile, perché la sua bottega è il luogo nel quale la donna si presenta nel suo lato più frivolo, completamente assoggettata alla volubilità della moda. Il contrasto su cui si giocano gli interventi precedenti raggiunge qui il suo culmine: la donna angelo, veicolo di rivelazioni sublimi, via di elevazione… è tutta e solo racchiudibile nella fatuità di un ornamento. La boutique è il suo vero altare, il sacro che lei dovrebbe suscitare è per lei, a ben vedere, un semplice “cappellino” da mostrare ed esibire. Anche il sacramento più nobile, il matrimonio, è per lei al di sotto della moda. Se infatti lui dicesse alla sposa che un suo indumento è fuori posto, in quanto guida della frivolezza femminile per il lavoro che svolge, ella senz’altro rimanderebbe le nozze. Così il mercante di mode pensa di possedere le chiavi della mente e del cuore di una donna e di poterla portare dove vuole fino a renderla – senza che lei lo sappia – ridicola. Dice infatti che la cecità femminile è tale di fronte al desiderio di vestire alla moda che non notano quanto i tessuti più fini siano da lui svenduti a prezzo irrisorio, mentre i più cari, quelli che nella sua bottega sono i più richiesti, siano in realtà di molto inferiori come qualità. 

 L’ultimo personaggio a parlare è Johannes, il seduttore del Diario. È il personaggio che nutre una profonda ammirazione verso il genere femminile, arrivando ad idealizzare la donna come ciò che l’uomo non potrà mai raggiungere. Partendo dal mito biblico della creazione, lo reinterpreta per spiegare i suoi pensieri. La donna è stata creata dall’uomo mentre questo dormiva, è quindi generata dal sogno stesso, ed è per ciò che lui vorrebbe maggiormente, l’ideale che sembra rimanere relegato ad un altra dimensione, irraggiungibile nella sua pudicizia, diaframma che separa i due sessi. Ma è con lei possibile superare quella barriera, quando decide di disvelarsi. Continua parlando del unicità della donna, rispetto all’unità che è l’uomo. Infatti nel uomo l’essenziale, è l’essenziale stesso, mentre nella donna l’essenziale è l’accidente. Perciò ogni individuo femminile è differente e unico rispetto ad ogni altro, al contrario di ciò che succede nel uomo. integri nella stessa essenzialità.   

La cena così finì, e i cinque uscirono assieme vivendo come spettatori una scena di vita coniugale. Per tutta l’opera il matrimonio è stato visto come un errore nella vita di coppia, ma nel finale il filosofo sembra darci uno sguardo diverso sulla realtà, senza l’intenzione di smentire le tesi precedenti, ma di offrirne piuttosto un altra. In un giardino videro il giudice del paese assieme alla moglie, rimanendo tutti affascinati dal quel intimità che lega soltanto i coniugi. Perché solo nel matrimonio svanisce la forza maligna che sembra voler separare gli amanti, per quanto essi siano felici l’uno accanto all’altra, quella felicità da fuori infatti non sembra totale, ma disturbata.

<<Egli si alzò, le dette un bacio in fronte, la prese a braccetto e sparirono in un sentiero di spesse fronde, che partiva dalla pergola>>

È questa la dolcezza che Kierkegaard vorrebbe rivendicare nel suo finale, con una scena che troviamo dolce anche duecento anni dopo la sua ideazione, per suggerire  forse la possibilità di un diverso orizzonte affettivo, realizzato dall’intensità di una convivenza concreta, intima, vera, capace di accettare il limite della finitezza,  priva di rimpianti estetici.


ARTICOLO DI RICCARDO TRICARICO DELLA CLASSE V A DEL LICEO CLASSICO