Articolo di riferimento:
Nba italiana, cambia tutto? (2 Marzo 2001)
Le Università statunitensi sono da sempre teatro di pratica di molti sport.
Il principale per popolarità, impatto culturale, entrate economiche, dimensioni dei team e borse di studio è il football. Il secondo è il basketball. Parecchie sono le compagini universitarie che praticano questo sport di squadra giuocato sia dalla la popolazione studentesca maschile che da quella femminile. Uno sport universitario – svolto per “formazione” – che, al pari di quello professionistico, in nome di quel forte liberismo economico dove affondano le radici della visione statunitense delle cose del mondo, a partire dagli Anni Settanta (vendita dei diritti tv) e dagli anni Ottanta (accordi di sponsorizzazione) è stato investito da un processo di “rivoluzione industriale”. E come sovente è accaduto in occasione di questi stravolgimenti la classe lavoratrice, come dire, non è stata messa nelle condizioni di godere dei benefici del cambiamento. Per decenni. Fino a venerdì 6 Giugno 2025. Procediamo con ordine.
La NCAA (National Collegiate Athletic Association) è l’organizzazione sportiva universitaria più grande del mondo: 1.100 college ed università negli Stati Uniti ed in Canada. L’associazione è suddivisa in tre livelli: Division I, II, III. Gestisce circa 500.000 atleti in 23 sport differenti e dà la possibilità agli iscritti dei primi due livelli di ottenere borse di studio per meriti sportivi.
Per ciò che riguarda la pallacanestro maschile nel mese di marzo NCAA organizza un torneo denominato “March Madness” (follia di marzo): il formato ad eliminazione diretta della competizione crea partite intense ed imprevedibili, spesso gli sfavoriti sconfiggono i favoriti creando momenti di grande tensione; da tutto ciò il termine "madness" (follia). Oltre ad essere un fenomeno culturale ed un'occasione per riunire migliaia di tifosi, March Madness è un evento che genera flussi di denaro esorbitanti grazie alle prestazioni dei cestisti dei team universitari; un dato su tutti: i diritti televisivi della Division I ammontante a circa 800 milioni di dollari. Senza contare i proventi generati dagli accordi di sponsorizzazione e dalle vendita dei biglietti.
Come scritto sopra da tanto tempo questa ricchezza permette ai plessi universitari di effettuare investimenti strutturali di rilievo ed alimenta stipendi milionari per i coach.
La domanda è spontanea: una parte di questi profitti finisce anche nelle tasche dei giovani cestititi? Per rispondere a questa domanda è innanzitutto indispensabile sapere che il basket e gli altri sport a livello universitario sono, o meglio, fino al 6 Giugno trascorso erano codificati quali discipline sportive “dilettantistiche”, nel senso di attività fisico-motorie improduttive di reddito per gli studenti e le studentesse praticanti. Nel migliore dei casi esse consentivano il conseguimento di una borsa di studio a favore del giovane sportivo per una copertura parziale delle rette e degli oneri dei cicli di studio. Misura che la NCAA riteneva in violazione della legge anti-trust garante di una eguaglianza di trattamento per tutta la popolazione scolastica.
Un primo segnale di cambiamento è stato dato nel 2021, quando un gruppo di atleti universitari guidati da Shawne Alston, giocatore di football dell’università West Virginia, intentarono una causa contro la NCAA riguardo la censurabile misura imposta ai college ed ai plessi universitari associati di vietare a favore degli studenti universitari praticanti per conto della scuola lo sport alcune forme di prestazioni legate all'istruzione, come stage post-laurea retribuiti, borse di studio per la scuola di specializzazione (vedi sopra) o computer portatili gratuiti o strumenti musicali.
Lunedì 21 Giugno 2021 la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, a firma del giudice Neil Gorsuch, ha rimodellato il rapporto tra le università e gli atleti che praticano sport universitari: i giudici hanno stabilito all'unanimità che la National Collegiate Athletic Association non può vietare alle scuole associate di fornire agli atleti studenti i suddetti “bonus”, non costituendo una violazione alla legislazione anti-trust.
Si è trattata della chiave di volta: dall’impedimento alla NCAA di imporre il disconoscimento dei benefici legati all'istruzione alla popolazione scolastica meritevole che svolge lo sport al riconoscimento del suo diritto alla remunerazione quale “fattore della produzione” dell’intrattenimento sportivo universitario generatore di redditi di alto profilo il passo è stato di fatto automatico.
Ed allora venerdì 6 Giugno 2025, con la approvazione del giudice federale Claudia Wilken, al Campidoglio in Washington è stato ufficializzato l’accordo fra la Camera bassa del Congresso degli Stati Uniti e la NCAA, con decorrenza 1° Luglio 2025.
A partire da quella storica data gli atleti NCAA possono guadagnare denaro in due modi:
- tramite la cessione dei “diritti di immagine” (compensi NIL); i "diritti di immagine sportivi" si riferiscono al controllo che un atleta ha sul proprio volto, nome, voce ed altre caratteristiche, per autorizzare o meno l'uso commerciale della propria persona da parte di terzi;
- tramite la monetizzazione delle prestazioni sportive ricevendo una remunerazione dalla scuola di appartenenza (per la stagione sportiva 2025/2026 i plessi scolastici potranno optare per un tetto massimo di 20,5 milioni di dollari all'anno da condividere con gli atleti; si prevede che il tetto massimo di ripartizione delle entrate aumenterà di circa il 4% all'anno nel prossimo decennio).
A fronte del riconoscimento dei suddetti diritti gli sportivi devono soddisfare i requisiti accademici e sono soggetti alle leggi statali ed al regolamento NCAA, che limitano alcune partnership NIL. Per rimanere idonei gli atleti devono continuare a soddisfare gli standard accademici NCAA, incluso il conseguimento di una laurea; le leggi statali, i regolamenti NCAA e le politiche scolastiche prevedono norme comuni circa il divieto di accordi NIL con aziende che vendono alcolici, tabacco od intrattenimento per adulti.
Inoltre le somme a titolo di proventi NIL ed a titolo di compensi sportivi scolastici in capo alle persone percipienti sono considerati reddito imponibile oggetto di dichiarazione annuale.
L’accordo Camera – NCAA prende in considerazione anche il tema della “retribuzione arretrata”: la NCAA e le sue università affiliate pagheranno 2,8 miliardi di dollari agli ex studenti-atleti che hanno gareggiato dal 2016 al 6 giugno 2025.
Tra le altre misure previste l’ istituzione di un nuovo organo di controllo: la College Sports Commission LLC (CSC) supervisionerà la ripartizione delle entrate, gli accordi NIL ed i limiti di roster (il rispetto del numero massimo degli atleti eleggibili NCAA da parte di ciascuna scuola).
Se consideriamo quanti e quali siano le cause giudiziarie in materia sindacale e derivati nel mondo dello sport professionistico, la sensazione è quella che la LCC non resterà di certo con le mani in mano, senza lavoro.
Per certi versi noi non sappiamo ancòra cogliere le portata dell’impatto sullo sport universitario dello storico Accordo del 6 Giugno trascorso: il cambiamento radicale rispetto al tradizionale modello dilettantistico della NCAA.
Ora, se basiamo la nostra opinione su di una giustizia di merito, di impegno e di talento pare corretto ritenere che i giocatori abbiano il diritto di guadagnare dalle loro prestazioni sportive, soprattutto considerando il fatto, non marginale, che i loro allenatori vengono pagati anche diverse migliaia di dollari.
Tuttavia, ci potrebbe essere un aspetto negativo di cui tener conto nel caso di retribuzione diretta da parte delle università agli atleti universitari. Per via della loro giovane età rischierebbero forse un approccio scorretto nei confronti dell’impegno scolastico universitario, come già accade. Molti studenti coinvolti in attività sportive riducono infatti notevolmente l’attenzione per lo studio, alcuni arrivano persino a saltare le lezioni e a non frequentare. Nel 2014 un caso eclatante fu quello delle “paper classes” dell’Università della Carolina del Nord in Chapel Hill: per anni il management scolastico permise ai propri studenti atleti di ottenere falsi voti alti per consentire loro di concentrarsi sulle competizioni sportive portando in alto il nome della scuola.
E’ opinione di diverse figure del settore che il torneo della NCAA e più in generale lo sport universitario non dovrebbe venir ridotto a uno show, dovrebbe rappresentare soprattutto formazione e crescita per i giocatori. Sennonché l’ impressionante aziendalizzazione dello sport professionistico spettacolistico statunitense negli ultimi decenni richiede una “specializzazione specifica” della giovane manodopera sportiva universitaria (spazi attrezzati e metodologie di allenamento, trasferte frequenti e distanti per misurare i miglioramenti affrontando nuovi avversari). Un onere finanziario insostenibile per buona parte dei plessi scolastici senza l’ “intervento” dei network tv/web e delle aziende sponsor. Insomma "il cane che si morde la coda", una situazione senza via d'uscita.
Noi autrici siamo d'accordo con la visione che rende merito alla “spiritualità” delle discipline sportive, che fin dall’antichità sono state espressione di ideali di virtù e dedizione, di impegno e di sacrificio, quindi “fine” e non “mezzo” (strumento) per la “materializzazione di guadagni”.
Ma al tempo stesso è nostra opinione che se lo sport universitario produce ricchezza - e la produce - è giusto che quel denaro ritorni in parte anche ai suoi artefici: gli studenti atleti. Solo così il torneo universitario potrà continuare ad essere un’occasione di crescita, di sviluppo della propria passione, ma anche di autentica giustizia sociale e giuslavoristica che premia l’impegno e il talento, un ambiente adatto ai giovani sportivi ambiziosi che hanno il desiderio di portare avanti il loro sogno.
In conclusione un’ultima annotazione. Poche settimane addietro la NCAA ha pubblicato la “Guida per lo studente-atleta in attesa del ciclo universitario 2025-2026”. L’ultimo paragrafo a pagina 37 recita: “Stai pensando di diventare uno sportivo professionista?”.
Dopo aver fatto presente che “Ci sono più di 500.000 studenti-atleti NCAA e meno del 2% di loro diventerà professionista nel proprio sport”, il Presidente Charlie Baker scrive in chiusura che “|…| le esperienze sportive universitarie e le lezioni di vita che apprendono lungo il percorso li aiuteranno nel loro perseguimento di carriere nel mondo degli affari, dell'istruzione, dell'amministrazione sportiva, della comunicazione, del diritto, della medicina e in molti altri campi. L'istruzione è una parte fondamentale dell'esperienza sportiva universitaria e gli studenti-atleti la considerano tale. In generale, gli studenti-atleti si laureano con tassi più elevati rispetto ai loro coetanei nel corpo studentesco e questi tassi aumentano ogni anno.”
Alice BATTAGIN
Carolina DEIANA
16 Settembre 2025