La lezione di Kirch

12 Aprile 2002

Libro bianco sul lavoro e dissesto

della televisione a pagamento occupano

gli spazi della cronaca dell’economia

in queste settimane. Per quanto riguarda

il primo trattasi di una interessante

fotografia del mondo dell’occupazione,

che non tralascia forme particolari

come il lavoro in cooperativa, ma che

dimentica quello sportivo, uno spaccato

sociale che meriterebbe un accenno

nel documento.

D’altronde proprio la crisi della paytv

sta dimostrando che la politica dovrà

occuparsi da vicino di sport, inteso non

solo come avviamento all’attività fisica

dei cittadini, ma quale industria spettacolistica.

Due settori in Italia “traditi” nelle

finanze rispettivamente dai giocatori

della schedina e dai telespettatori.

Destini analoghi che possono lasciare

un segno; la contrazione dei proventi

dei diritti televisivi (anche quelli in chiaro)

può compromettere:

a) in Italia la caduta del sogno dello

sport minore (calcio di serie C esangue

e dilettantistico compresi) di spartire la

torta pur ridimensionata del totocalcio

senza la concorrenza del football di

serie A e B mantenuto dalle televisioni;

b) all’estero la riduzione della base

imponibile della tassa sui proventi dello

sport professionistico a favore di quello

amatoriale.

In prospettiva quindi maggiori risorse

pubbliche sia per l’attività di base che,

in via straordinaria, per lo sport spettacolo,

come per esempio i 200milioni di

euro promessi di recente dal cancelliere

Schroder a favore del massimo campionato

tedesco di football. Il prezzo di un

azzardo politico: nei desideri di buona

parte della classe dirigente europea il

prodotto calcio televisivo doveva infatti

essere l’arma mediatica contro l’invasione

dei prodotti di intrattenimento americani.

E dietro questo disegno molto

probabilmente si nasconde l’opera di

lobbying della politica nei confronti del

sistema bancario per fare aprire i cordoni

della borsa a favore della pay-tv, cioè

di quello che doveva diventare lo sponsor

di riferimento dello spettacolo calcistico,

a patto che quello stesso mondo

politico avesse avuto la forza di oscurare

il football in chiaro. Una manovra

come detto azzardata, che oggi potrebbe

avere come estrema conseguenza

ciò che si voleva a tutti i costi evitare:

il calcio europeo in mano ad investitori

stranieri (Anschutz, Gates ...).

Dalla crisi della pay-tv l’Europa

dovrebbe trarre un altro motivo di riflessione:

l’industria sportiva spettacolistica

può sopravvivere a condizione che sia

continentale, limitata a poche attività

ed a pochi club protetti da corporazioni-

aziende (leghe), e con alle spalle un

serbatoio di manodopera fondato sul

sistema universitario.









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