Libro bianco sul lavoro e dissesto
della televisione a pagamento occupano
gli spazi della cronaca dell’economia
in queste settimane. Per quanto riguarda
il primo trattasi di una interessante
fotografia del mondo dell’occupazione,
che non tralascia forme particolari
come il lavoro in cooperativa, ma che
dimentica quello sportivo, uno spaccato
sociale che meriterebbe un accenno
nel documento.
D’altronde proprio la crisi della paytv
sta dimostrando che la politica dovrà
occuparsi da vicino di sport, inteso non
solo come avviamento all’attività fisica
dei cittadini, ma quale industria spettacolistica.
Due settori in Italia “traditi” nelle
finanze rispettivamente dai giocatori
della schedina e dai telespettatori.
Destini analoghi che possono lasciare
un segno; la contrazione dei proventi
dei diritti televisivi (anche quelli in chiaro)
può compromettere:
a) in Italia la caduta del sogno dello
sport minore (calcio di serie C esangue
e dilettantistico compresi) di spartire la
torta pur ridimensionata del totocalcio
senza la concorrenza del football di
serie A e B mantenuto dalle televisioni;
b) all’estero la riduzione della base
imponibile della tassa sui proventi dello
sport professionistico a favore di quello
amatoriale.
In prospettiva quindi maggiori risorse
pubbliche sia per l’attività di base che,
in via straordinaria, per lo sport spettacolo,
come per esempio i 200milioni di
euro promessi di recente dal cancelliere
Schroder a favore del massimo campionato
tedesco di football. Il prezzo di un
azzardo politico: nei desideri di buona
parte della classe dirigente europea il
prodotto calcio televisivo doveva infatti
essere l’arma mediatica contro l’invasione
dei prodotti di intrattenimento americani.
E dietro questo disegno molto
probabilmente si nasconde l’opera di
lobbying della politica nei confronti del
sistema bancario per fare aprire i cordoni
della borsa a favore della pay-tv, cioè
di quello che doveva diventare lo sponsor
di riferimento dello spettacolo calcistico,
a patto che quello stesso mondo
politico avesse avuto la forza di oscurare
il football in chiaro. Una manovra
come detto azzardata, che oggi potrebbe
avere come estrema conseguenza
ciò che si voleva a tutti i costi evitare:
il calcio europeo in mano ad investitori
stranieri (Anschutz, Gates ...).
Dalla crisi della pay-tv l’Europa
dovrebbe trarre un altro motivo di riflessione:
l’industria sportiva spettacolistica
può sopravvivere a condizione che sia
continentale, limitata a poche attività
ed a pochi club protetti da corporazioni-
aziende (leghe), e con alle spalle un
serbatoio di manodopera fondato sul
sistema universitario.