SERIE C: CHE COSA SI ANNIDA DIETRO L’IMMARCESCIBILE “POZZO DI SAN PATRIZIO” DEL CALCIO ITALIANO?

24 settembre 2025

Articoli di riferimento:
La fame fa Novanta (9 Ottobre 1998)
C’è qualcosa di strano in Serie C (20 Agosto 1999)
Venti di crisi sul calcio di C (5 Febbraio 1999)
Il bubbone Serie C (20 Aprile 2001)

In Parma scese il gelo in quella fredda mattina di martedì 2 Gennaio 1968, allorché il Tribunale   decretò il fallimento per dissesto finanziario del glorioso club calcistico cittadino militante nella Serie C di quella epoca.
Con ogni probabilità trattasi del primo “crac” societario nella Storia della terza divisione dello sport più praticato (e parlato) nella Repubblica Italiana.
A circa 60 anni di distanza  da quell’ evento la Serie C con i suoi oltre 2.000 dipendenti  si ritrova in uno stato di crisi finanziaria cronica. I numeri sono impietosi: dal 2000 al 2024  delle 185 società fallite a tutti i livelli professionistici sono  ben 148 (cioè l’83%) quelle operanti in Serie C o legate alla Serie C tramite retrocessioni o situazioni analoghe. 
Se organi di informazione stranieri generalisti e specializzati di primario lignaggio (le Monde, Guardian Sport, Kicker …) periodicamente si interessano circa il tema, ciò vuol dire che la annosa “illogicità economica” tutta italiana di questa esperienza sportiva professionistica cattura l’attenzione in modo rilevante.
L’analisi retrospettiva del primo quotidiano economico finanziario italiano (IlSole24Ore) sull’edizione del 14 Giugno trascorso a firma di Marco Bellinazzo  ne è la riprova: “La Lega Pro nelle ultime cinque stagioni ha bruciato di media 120 milioni annui. Una perdita per i 60 club che supera i 2 milioni. I 20 club di Serie B viaggiano con un deficit medio di oltre 15 milioni all’anno. Nelle ultime cinque stagioni censite dal Report Calcio della Figc, complice anche la pandemia, il rosso cumulato degli 80 club che frequentano le due categorie è stato di circa 1,5 miliardi, contenuto solo grazie ai contributi che arrivano dalla A.” Si tratta di cifre spaventosamente alte!
I motivi dei quasi 150 dissesti finanziari si ripetono: debiti accumulati, costi di gestione troppo alti rispetto alle entrate (sponsor, biglietteria, merchandising), mancanza di investitori locali stabili, obblighi normativi e burocratici che richiedono investimenti in infrastrutture, fideiussioni, requisiti economici/societari che molte piccole società non riescono a soddisfare.

Fu nell’anno 2018, in seguito ai fallimenti di alcuni club storici (Catania, Alessandria, Varese, Pro Vercelli, SPAL, Lucchese, Avellino, Biellese, Ivrea, Sambenedettese, Ancona, Arezzo, Mantova, Perugia, Legnano, Pro Sesto, Cavese, Salernitana, Pergocrema, Piacenza, Taranto, Triestina, Campobasso, Casale, Padova, Viareggio, Monza, Pavia, Rimini, Como, Latina, Messina, Modena, Vicenza …), che la FIGC attraverso l’ufficio Studi in Coverciano (FI) elaborò dei documenti in cui veniva presa  in considerazione la possibilità di approvare una serie di misure nel tentativo di arginare quanto sopra: dalla riduzione del numero delle squadre (da 60 a 40 club) a meno trasferte lunghissime, una migliore organizzazione logistica, meno disparità tra le squadre per risorse ed  infrastrutture, contenimento dei costi con limiti su stipendi, ed ancòra riduzione degli sprechi. Per amore di verità, in merito al primo e più rilevante “intervento” (il taglio del numero dei club) già nel 2001 in àmbito federale si valutò un drastico piano di riforma che avrebbe ridotto l'occupazione e spinto 70 club verso il semi-professionismo od il dilettantismo, come riportato dall’ articolo intitolato "Il bubbone serie C"  pubblicato sulla piattaforma digitale Kallipateira.
Intenzioni virtuose alle quali non sono seguiti ad oggi i fatti.

La domanda allora sorge spontanea: perché? 
Si è soliti abbozzare un bouquet di risposte classico, coinvolgendo i vari attori in campo: mancanza di volontà, risorse, coraggio, pianificazione e responsabilità condivisa; sussistenza di troppi interessi, di troppe parti coinvolte; radicamento di un sistema che nel non  riuscire a dare una visione di insieme a lungo termine  premia chi riesce a stare dentro con mezzi risicati e non valorizza chi vorrebbe fare le cose bene.  
Ciò scritto e condiviso, in questa sede andiamo ora a mettere sul tavolo una chiave di lettura più “diretta” e, forse, per certi versi scomoda in quanto disorientante o sgradevole per coloro rimasti fedeli nello spirito alla “Squadra grande, squadra mia” (brano di successo del 1994 dell’artista Tony Santagata) insieme con la quale trascorrere una domenica lontana dai problemi della quotidianità.
Una serie di ingredienti, di cui alcuni dietro le quinte, a formare un amalgama consolidato come negli spogliatoi (impenetrabili) delle squadre vincenti.
Partiamo con i presupposti:
-   nel diritto societario  la regola base delle società di capitali (SRL, SPA, ecc.) è la responsabilità limitata del socio,  secondo la quale questo ultimo risponde delle pendenze  della società esclusivamente nei limiti del capitale sottoscritto e conferito,  salvo i casi di reati come la bancarotta fraudolenta o la distrazione di risorse. In sostanza, i debiti della società gravano sul suo patrimonio, non su quello personale dei soci. 
La responsabilità limitata è quindi un elemento chiave per incentivare gli investimenti, poiché riduce il rischio finanziario personale per i soci, rendendo l'attività societaria nella forma giuridica di società di capitali più appetibile;

- dai primi anni del Duemila con il concorso “totocalcio” allo stadio terminale della lunga agonia si registra un coacervo di provvedimenti volto al mantenimento in vita delle aziende “decotte” partecipanti al torneo della Serie C (destinazione, seppur marginale, dei flussi finanziari originati  dalla vendita dei diritti tv/web correlati alla Serie A; erogazione di bonus e contributi federali a fondo perduto in rapporto al “minutaggio” dei giovani calciatori, cioè alla totalizzazione periodica dei minuti del loro impiego in campo durante le partite).
Contestualizziamo il tutto nell’epoca contemporanea della degenerazione del Terziario: fare affari puntando su consumi di massa immateriali leciti (es. l’intrattenimento sportivo) possibilmente sfruttando la “sussidiarietà” delle istituzioni pubbliche.
La combinazione di quanto sopra rappresenta allora un cocktail ideale per “utilizzare” la vetrina del calcio di Serie C ai fini di ottimizzare business di piccolo, medio cabotaggio, contando su  implicazioni personali tutto sommato circoscritte e su “capitali” di terzi a costo zero (fondo perduto).
E non è un paradosso che quale alleata dell’imprenditore operante in Serie C nel mantenere questo status quo vi sia l’organizzazione sindacale della manodopera assunta come da legge con contratto di lavoro subordinato più una serie di benefit ; nonostante infatti la marea di mancati o ritardati pagamenti di stipendi e di somme a titolo di tfr  essa è refrattaria all’applicazione del principio base vigente in numerosi altri Paesi della UE per ciò che concerne i tornei di calcio “minori”: “stipendio fisso” non imposto dalla norma, ma messo su di uno dei piatti della bilancia insieme con la soluzione alternativa del “rimborso spese forfettario esentasse” sull’altro per una trattativa in grado di verificare se la disponibilità ad un effettivo  lavoro sportivo subordinato come fonte reddituale primaria dell’atleta si concili con la solidità finanziaria del club. Si tratta in sostanza del regime di “semi-professionismo”.
Negli ultimi anni la crescente insostenibilità ha spinto la Lega Pro (Lega Italiana Calcio Professionistico), associazione privata che organizza e gestisce la Serie C del campionato di calcio italiano, verso un percorso di autoriforma leggera, soft.
Due iniziative le iniziative. La prima è la "Riforma Zola", che punta a restituire alla Serie C il suo ruolo storico di “fucina” di talenti. Come riportato da Hermes Sports Law, questa riforma prevede premi per le squadre che valorizzano maggiormente i giovani calciatori, incentivando così la crescita di nuovi talenti italiani. Alla presentazione di questa nuova proposta il Vicepresidente Vicario della Lega Pro Gianfranco Zola ha affermato: “Voglio ringraziare i club per un sostegno così ampio. Senza la Serie C non avrei mai avuto la stessa carriera e sin dal primo giorno da Vicepresidente volevo fare qualcosa per i giovani. Oggi la Riforma Zola è realtà  e la speranza è quella che nei prossimi anni dal nostro campionato passino i futuri numeri dieci della nazionale. Continueremo a lavorare per vedere sempre più prodotti dei settori giovanili sui campi della Serie C, ci piacerebbe che i campionati under 15 ed under 17 fossero unificati per alzare il livello. Siamo sulla strada giusta”.
Un ulteriore passo avanti descritto anche da Social Media Soccer è l'introduzione di un salary cap (tetto salariale) in via sperimentale a partire dalla stagione 2025/26. I club dovranno limitare la spesa per gli stipendi al 55% del loro valore di produzione (incassi biglietteria, promo pubblicitari e di sponsorizzazione, diritti tv e merchandising …), con l'obiettivo di imporre una maggiore disciplina finanziaria.  Nella prima stagione in corso non sono previste penalizzazioni in classifica, ma solo multe.
Riflessione finale
Pur riconoscendone il valore,  le due misure sopra illustrate  non sono ancora sufficienti a risolvere un problema così radicato. L'inerzia sistemica che ha caratterizzato la Serie C per 26 anni è una forza potente, difficile da sconfiggere. La “Riforma Zola” e il “salary cap” sono passi nella giusta direzione, ma restano fragili finché non saranno supportati da una volontà politica forte e da un'applicazione rigorosa. Il sistema ha dimostrato più volte di preferire lo status quo, anche a costo di vedere club storici fallire.                                                                
La vera sfida non è trovare nuove idee, ma avere il coraggio e la coesione necessari per attuarle senza compromessi. Solo un cambio di mentalità profondo che metta la stabilità finanziaria e la valorizzazione dei giovani al di sopra degli interessi di parte  potrà finalmente far uscire la Serie C dal suo stato di precarietà e permetterle di tornare ad essere un pilastro solido del calcio italiano. La speranza è quella  che la Lega Pro, guidata dal 2023 dal presidente Matteo Marani (*), abbia la forza di portare avanti queste iniziative e di trasformare l'utopia in realtà.
 
(*) Giornalista e dirigente sportivo, già direttore del Guerin Sportivo (2008-2016) e di Sky Sport 24 (2016-2018).

Cecilia GRIFFITH BROOKLES 
Matilde CHIAPPO
21 Settembre 2025









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