LO SPORT NEL MEDIO ORIENTE AD INIZIO DEL 21° SECOLO

24 settembre 2025

Articolo di riferimento: Nuovi mercati (14 Gennaio 2002) 

Introduzione. Ovunque ci sia passione, c’è condivisione e conseguente integrazione. 
Lo sport, infatti, è apolitico, senza religione e non parla alcuna lingua; non esclude etnie o genere, risultando così un ottimo trait d’union. In un quadro socio e geopolitico intricato quanto il Medio Oriente, soprattutto dopo il 15 maggio 1948 e l’inizio della nakba, e in uno scenario complesso come quello che fa da sfondo al conflitto israelo-palestinese, non c’è miglior connessione internazionale e interculturale dello sport.

Lo sport come soft power. In particolare, le manifestazioni sportive ospitate dai Paesi arabi, quali, ad esempio, il GP del Qatar e il Rally Dakar per quanto riguarda l’automobilismo, la Fifa World Cup del 2022 per il calcio, il Tour of Oman per il ciclismo, diventano zone franche tra nazioni in guerra. 
E’ sotto lo sguardo globale che lo sport affranchi e arricchisca le persone e lo stato; lo sport rappresenta infatti uno strumento per lo sviluppo politico, economico, culturale e diplomatico, ma risulta utile anche per offuscare i problemi umani e sociali. 
L’attività sportiva funge, in termini di risorse liquide, come trampolino di lancio per alleanze e partnership, come metodo di diversificazione delle entrate e come distrazione dalle vere carenze di uno stato. 
Tutto ciò che viene celato e recriminato da molte organizzazioni internazionali non governative a questi Paesi, è per l’appunto l’utilizzo dello sport come copertura, come un tappeto sotto cui nascondere la polvere. Quale polvere? Quella che viene definita dalle autorità qatarine un’ingiusta accusa, mossa da Stati laici e liberali, traducibile in mancanza di sportività, infrastrutture e associazioni sportive arabe; la mancanza di tutela delle minoranze, delle donne, della comunità lgbtqia+; il maltrattamento dei migranti. 
Tanto è vero che, dal lato economico, gli investimenti nello sport consentono una maggior libertà dai proventi dell’estrazione e commercio del petrolio, fonte primaria di reddito, e consentono pure la possibilità di intrecciare reti diplomatiche internazionali con facilità, in ambienti in cui regna sovrana la sportività, non più solo negli sport. 
Questa catena costruisce gradualmente una nuova immagine e reputazione dello Stato, che accresce il suo cosiddetto soft power, cioè l’egemonia sulla zona circostante, tramite la propria economia o influsso culturale. Lo sport è la via perfetta per acquisire soft power, perché porta l’attenzione del pubblico a sè, in termini positivi. 
L’effetto indesiderato, ma inevitabile e diametralmente opposto, è il soft disempowerment, per cui l’attenzione che attira il soft power si riversa sui punti deboli di uno Stato e nelle sue carenze in relazioni internazionali. 
Ed è proprio questo il caso in cui si trovano i Paesi Arabi, che volendo farsi conoscere come nazioni ospitali e corrette, si sono trovate invece a fronteggiare molte critiche sulla propria organizzazione e politica interna. 
D’altro canto, i rapporti commerciali con l’estero vanno a gonfie vele; ad esempio, il Newcastle United FC, il Paris Saint Germain e il Manchester City FC sono stati acquistati da compagnie arabe. A loro volta, molti Paesi europei hanno sfruttato questo territorio per trasferirvi diverse sedi sportive.

Il fenomeno dello sportswashing: Riassumendo tutto in un efficace inglesismo, si può dire che queste nazioni stanno attuando una mera strategia di “sportswashing”. 
Questo termine indica una serie di pratiche attuate per distrarre il pubblico da condotte illecite o ritenute immorali all’interno di una nazione, e per tentare di migliorarne l’immagine, attraverso sponsor di eventi e atleti. Il lato controverso di questo piano è che lo sport è stato incluso nelle politiche nazionali soltanto per ripulire la propria immagine a livello internazionale, compromessa non solo dalla situazione geopolitica dell’area, teatro di scontri, ma anche dalla teocrazia islamica.

Le contraddizioni della Shari’a. Il discorso verte anche sulle contraddizioni del rapporto tra sport e tradizione religiosa. In Arabia Saudita, Yemen, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Oman, يعشة Kuwait, vige la ر (Shari’a, “legge divina”), come fondamento del diritto e del codice penale. 
La Shari’a è un sistema di norme religiose e morali tratte dal Corano sunnito, secondo la tradizione maomettana, restrittive specialmente nei confronti delle donne, autorizzate a prendere decisioni in autonomia solo con il permesso e la presenza di un ﻭ tutore maschio ( لي , “wali”), ma anche dei giovani, dei disabili e degli omosessuali, spesso additati come scarto dalla società e considerati peccatori. 
L’Arabia Saudita, tuttavia, si scontra con questi precetti per quanto riguarda gli investimenti nelle iniziative giovanili, come la Schools League, l’Accademia Sportiva Mahd e i Saudi Games, che hanno fatto lievitare la partecipazione sportiva nazionale dal 13% (2015) al 48% (2022), grazie ai finanziamenti del fondo reale.
Ciò che sembra ancor più smentire l’applicazione sistematica della Shari’a è il progetto a sostegno delle persone con disabilità in vari Paesi del Medio Oriente, chiamati “People of Determination”. Vengono organizzati programmi inclusivi e sportivi dedicati, come l’evento Move United di Abu Dhabi, che si concentra sull’atletica leggera e sul ciclismo; gli Special Olympics UAE (2017), gli Special Olympics World Summer Games (2019); gli UAE Games for People of Determination (2024). Ci sono inoltre numerosi club sportivi specifici per persone disabili e diverse politiche a favore dell’inclusione della disabilità nello sport, tra cui spicca la “Sports for All”, lanciata dal Department of Community Development di Abu Dhabi nel 2024.
Non si tratta più, dunque, solamente di iniziative con lo scopo di pubblicizzarsi, ma di interventi (apparentemente) concreti a favore della società. Ciò rende lode a queste nazioni, che però si sentono comunque in dovere di difendersi dalle osservazioni “liberali e laiche” di vari enti sovranazionali, che denunciano la penuria di assistenza reale alle minoranze di questi Paesi.

Conclusione. L'analisi delle dinamiche sportive nel mondo arabo rivela un panorama complesso in cui soft power e soft disempowerment si intrecciano in modi spesso contraddittori. Da un lato, assistiamo a strategie di proiezione culturale e politica sempre più sofisticate: dai megaeventi sportivi negli Stati del Golfo agli investimenti miliardari nel calcio europeo, fino alle campagne di sportswashing che tentano di riscrivere l'immagine internazionale di alcuni regimi. 
Dall'altro, permangono meccanismi di esclusione e controllo, che limitano la partecipazione di specifici gruppi sociali, perpetuando disuguaglianze di genere, etniche e politiche. Il paradosso emerge chiaramente: mentre lo sport viene utilizzato come strumento di legittimazione e modernizzazione verso l'esterno, internamente può rafforzare strutture di potere tradizionali. Le donne atlete che conquistano palcoscenici internazionali convivono con sistemi che ne limitano l'accesso; i successi diplomatici attraverso lo sport si accompagnano a forme di esclusione delle minoranze. 
Questa dualità suggerisce che il futuro dello sport nella regione dipenderà dalla capacità di risolvere tali contraddizioni interne. Solo quando le strategie di soft power diventeranno strumenti di reale inclusione e democratizzazione, anziché mere operazioni di facciata, lo sport arabo potrà realizzare il suo pieno potenziale trasformativo, tanto a livello regionale quanto globale.

Sara MAGLIOLI

20 Settembre 2025









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