JOHN LOCKE

John Locke, nato nel 1623, fu uno dei filosofi promotori dell’Illuminismo inglese ed europeo, introduce il concetto della pedagogia dell’esperienza, fondata sulla libertà personale e sulla tolleranza religiosa, infatti sostiene che l’essere umano sia libero.

Locke introduce una concezione dello stato di natura che corrisponde a uno stato di libertà e di uguaglianza originaria che regna tra creature “della stessa specie e grado”. In questo contesto non è presene alcuna forma di subordinazione o soggezione dell’uomo sull’uomo: non è quindi presente nessuna forma di governo.

La differenza sostanziale tra il vivere in una società civile e il vivere nello stato di natura sta nell’esistenza di un governo, ovvero di un potere superiore a quello dei singoli che permetta la risoluzione delle controversie. Nello stato di natura lockiano non vige però una condizione di mero caos, bensì una sola legge, la legge di natura, la quale previene ogni abuso e stabilisce ‘ordine naturale delle cose. L’uomo è, per Locke, una creatura sociale e razionale, tale indole lo spinge verso la ricerca volontaria della pace, ovvero di una condizione in cui sia possibile vivere congiuntamente e ottenere vantaggi, una realtà in cui preservare sé stessi e l’umanità tutta.

Locke giustifica e prevede la proprietà privata attraverso la mediazione del lavoro, spiegando: ”Sebbene la terra e tutte le creature inferiori appartengano in comune a tutti gli uomini, ognuno ha la proprietà della propria persona, sulla quale nessuno ha diritti a eccezione di egli stesso. Di conseguenza si può affermare che il lavoro del suo corpo e l’opera delle sue mani siano sue esclusive proprietà. Mescolando dunque, il suo lavoro a tutte quelle cose, che ha rimosso dallo stato in cui la natura e le aveva disposte e lasciate, e ha infuso in esse qualcosa di suo, le ha rese di sua proprietà. Ognuno dunque può appropriarsi con il lavoro di quanto possa essere utile al suo sostentamento, e tutto ciò che eccede da questa misura è più di quello che gli spetta, appartiene agli altri”.

JEAN-JACQUES ROUSSEAU

Jean-Jacques Rousseau è stato un filosofo, scrittore, pedagogista e musicista svizzero. Nell’opera Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza, Rousseau afferma che la proprietà privata è l’origine, appunto, di tutte le diseguaglianze: “Quando il primo uomo ha recintato una terra ed ha detto questo è mio, dà lì sono nate le diseguaglianze”.

Esso propone di ricostruire ex novo la società in conformità a un patto, il contratto sociale, perché per natura nessun uomo ha diritto di esercitare una qualsiasi autorità su un suo simile.

Solo il consenso dell’altro può autorizzare ad esercitare la sua autorità su di lui e il patto è appunto l’espressione di questo consenso. Esso è patto di unione con cui ciascun individuo cede tutti i suoi diritti a tutti gli altri e nessuno viene a trovarsi in una condizione superiore agli altri perché nessuno conserva il benché minimo diritto.
Secondo Rousseau solo la rinuncia di tutti i diritti da parte di tutti può garantire cioè che tutti siano uguali. Da questa unione si forma la volontà generale che non è la somma delle volontà di ciascuno, ma è una volontà unica ed indivisibile perché è la volontà del corpo sociale considerato come se fosse un unico individuo. Alla volontà generale tutti devono essere sottomessi, essa è la norma suprema a cui tutti devono obbedire perché ciascuno, obbedendovi, è come se obbedisse a sé stesso e nell’obbedire a sé stessi consiste la vera libertà.

KARL MARX

Karl Marx è stato un famoso filosofo, uomo politico, sociologo ma anche un economista, uno storico, un politologo e un giornalista di nazionalità tedesca. Al centro del suo pensiero c’è la critica al materialismo, concetto cardine dell’economia, della società e della cultura capitalistica che caratterizza il suo tempo.

Il processo su cui il comunismo è fondato è l’abolizione della proprietà borghese e non l’abolizione della proprietà in generale, come si tende erroneamente a pensare.
Non si deve confondere la volontà del proletariato d’appropriarsi dei beni della classe sociale più ricca, la borghesia, con ciò che s’intende piuttosto, ossia la volontà di abolire la proprietà in quanto mezzo di oppressione, di sfruttamento del più forte sul più debole. E si parla di borghesia non da identificarsi come “fascia più ricca della popolazione”, ma ci si riferisce a quella classe sociale (e non solo economica) salita al potere con la Rivoluzione Francese. Si parla di classe sociale, non solo economica, essendo portatrice di una serie di contenuti del tutto svincolati dalla ricchezza, primo fra tutti l’individualismo, conseguenza della rivoluzione borghese (la Rivoluzione Francese), passando per molti dei precetti del capitalismo liberista, come la mercificazione del lavoro, per finire nella necessità dell’esistenza di classi sociali e di una classe dominante in particolare.

Per citare direttamente le parole di Marx:

Quel che contraddistingue il comunismo non è l’abolizione delle proprietà in generale, bensì l’abolizione della proprietà borghese.
Ma la proprietà borghese moderna è l’ultima e più perfetta espressione della produzione e dell’appropriazione dei prodotti che poggia su antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.
In questo senso i comunisti possono riassumere la loro teoria nell’espressione: abolizione della proprietà privata.”

Quindi i comunisti non volevano abolire la proprietà in generale, ma impedire che essa fosse lo strumento dello sfruttamento.
Ecco come e perché il nemico giurato, la borghesia, non era solo una classe economica, ma un sistema di concetti e valori.

Fonti:

https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/diritto_e_societa/Natura/sssgl_lostatodinatura.html

https://www.treccani.it/enciclopedia/john-locke/

https://www.skuola.net/filosofia-moderna/locke-rousseau-pensieri.html

https://doc.studenti.it/appunti/filosofia/pensiero-politico-rousseau.html

https://www.qualcosadisinistra.it/2016/03/15/proprieta-privata-quello-che-non-abbiamo-mai-capito-del-comunismo/