Da sempre, in modo più o meno palese, nel passato i governanti fecero uso della censura epistolare, anzi forse sarebbe opportuno definirla spionaggio perchè cercarono di controllare, e forse contrastare, le azioni progettate a danno del potere, ma senza lasciare traccia sulle corrispondenze “visitate” che le convenzioni U.P.U. vietavano in assenza di conflitti militari (per esempio durante il periodo fascista era in funzione una censura mascherata applicata dal “Servizio Statistica Militare”).

La censura sistematica, ufficiale, che in deroga alle normative postali di pace (regolamentata dall’ U.P.U. in situazioni di guerra) sull’inviolabilità degli scritti cancellava nomi o notizie oppure tratteneva gli scritti che“non potevano”andare a destino, è un prodotto che nel secolo ventesimo è stato applicato nei due conflitti mondiali , sia durante la Grande Guerra sia durante la Seconda Guerra. ed anche nelle altre guerre (Spagna, Albania ecc).
Le comunicazioni sottoposte a censura non concernevano solo gli oggetti postali ma ovviamente TUTTI i possibili canali che potevano trasmettere notizie, compreso pacchi, vaglia, telegrammi, telefoni, radio ecc.. Per esempio i telegrammi sia civili che militari erano controllati sia alla partenza che all’arrivo; nel primo caso all’interno della trasmissione era inserito nelle indicazioni d’ufficio la parola “VISITATO” oppure alla stazione telegrafica d’arrivo sul modulo già compilato e prima della chiusura e la sigillatura era applicato il bollo personale del censore che firmava il modulo.

cce

Nelle due guerre mondiali l’operato della censura fu sostanzialmente simile, con sfumature diverse: nella prima lo sforzo censorio era rivolto soprattutto ad evitare diserzioni e disfattismo, o casi di resa al nemico dei combattenti (fatta nella speranza che la prigionia fosse meglio del fronte dove si rischiava la pelle), nella seconda si ebbe anche un accentuato carattere di guerra psicologica, volta a condizionare l’operato della popolazione civile, anche se si trovano documenti del “15 – “18 con richiami ai parenti da parte dei militari a moderare le espressioni per “non passare guai”

 

Prima Guerra mondiale

La necessità di salvaguardare la sicurezza nazionale ed evitare che notizie trasmesse dai militari e dai civili potessero essere divulgate anche inconsapevolmente e danneggiare la collettività fece si che il 23 Maggio 1915, il giorno prima dell’entrata in guerra contro l’Austria-Ungheria, con Regio Decreto venne istituita la censura postale da attuarsi con opportune commissioni militari e civili su tutta la posta inviata sia dai militari che dalla popolazione civile. Erano escluse le corrispondenze diplomatiche e quelle di servizio degli uffici statali o militari. Il sistema censorio dipendeva dal Servizio Informazioni del Comando Supremo Militare.

Le tracce postali della censura sono infatti numerose sulle corrispondenze del periodo bellico del primo conflitto mondiale. La normativa censoria prescriveva alcuni divieti, era vietato inviare cartoline illustrate con paesaggi o panorami di città, vietato includere francobolli e marche con valori monetari di qualsiasi genere, era vietato usare sistemi criptati di comunicazione, usare la stenografia ecc.. Le buste da censurare erano aperte, veniva bollato con numero del censore il foglio della corrispondenza, ispezionata la busta per accertare eventuali scritti interni (specie sulle alette gommate di sigillatura e sotto il francobollo), quindi venivano richiuse con fascette di censura (nastro gommato prestampato con “VERIFICATO PER CENSURA” o simili) e a cavallo di questa fascetta impresso un timbro personale in gomma del censore e quello della zona postale di appartenenza. Eventuali frasi non concesse di lieve entità erano cancellate con inchiostro di china; se gli invii rientravano in normative non concesse erano restituiti al mittente, se invece le frasi erano considerate gravi, la corrispondenza era trattenuta dalla censura che segnalava il fatto all’autorità militare per i provvedimenti che potevano essere anche molto pesanti per i civili e pesantissime per i militari.

La censura era organizzata in posta estera, posta interna e posta militare.

Per la posta estera si organizzarono vari centri di censura localizzati in: Bologna, Genova, Milano ,Campione e Ponte Chiasso. Il compito era suddiviso secondo i flussi di corrispondenza, a Milano era affidato il flusso passante dalla Svizzera, a Genova le corrispondenze dalle Americhe , Campione e Ponte Chiasso alla corrispondenza locale, Bologna infine (istituito già dal 23 Maggio 1915) si occupava della censure di tutti gli altri Paesi. Solo le missive per, o provenienti dall’estero, erano totalmente censurate.

La posta ordinaria per l’estero era ispezionata da un solo funzionario che lasciava traccia del suo operato per avvisare gli altri possibili censori che la busta era stata aperta e controllata. La posta raccomandata e quella assicurata era ispezionata alla presenza di un ufficiale postale che controllava che il contenuto fosse secondo le norme (per esempio era vietato introdurre francobolli, sia d’uso postale che filatelico, ed anche, se nella lettera erano comunicati prezzi dei manufatti, il prezzo doveva essere espresso in valuta del paese destinatario). La posta proveniente dai militari, indirizzata all’estero (ordinaria, assicurata e raccomandata) non era bollata dai reparti di partenza ma dagli uffici di censura militare per non lasciare traccia sulle lettere del bollo dei vari uffici di posta militare di origine (che erano numerati).

La posta interna aveva un controllo differenziato: La Spezia, Venezia, Brindisi e Messina-Reggio come Piazze Militari avevano un controllo più stretto rispetto ad altre province del Nord. All’inizio del conflitto tutta la fascia confinante con la zona di guerra del Veneto più Como, Sondrio, Lecco, Milano, Novara, ecc. ebbero una censura militare particolarmente accurata, in seguito tutto il Nord venne controllato dagli uffici di Posta Interna Civileospitati dalle prefetture.

La posta militare(per militari mobilitati) era censurata con modalità diverse se si trattava di cartoline in franchigia o lettere affrancate, le prime erano censurate in origine dai Comandi di truppa che applicavano il bollo del reparto ed il timbro VERIFICATO PER CENSURA (se non confacenti alle norme ne era impedito l’invio per evitare guai a tutti). Le lettere erano avviate al concentramento di Treviso per la censura ritardando a volte l’inoltro perchè ogni addetto aveva una capacità censoria massima di 200-250 lettere al giorno, nell’impossibilità quindi del controllo totale della posta che assommava mediamente fra arrivi e partenze tra i 3 e i 4 MILIONI di pezzi al giorno.
A volte in conseguenza di fatti bellici, come è documentato per esempio durante la fase negativa di Caporetto, si ebbero dei ritardi con forte accumulo di corrispondenza da censurare, in questi frangenti si preferì distruggerla piuttosto che tralasciare la censura.
Dai tempi della sua costituzione e dalla data di inizio dell’attività si può dedurre che l’ufficio di concentramento posta militare di Bologna, nei piani doveva sopperire alla bisogna di tutta la corrispondenza, ma successivamente ci si convinse della necessità di potenziare il servizio iniziale perchè il flusso si rivelò superiore alle previsioni e causa di forti ritardi, con lamentele espresse dagli utenti ed anche dalla stampa nazionale.

La posta militare comprendeva anche la posta dei prigionieri di guerra che era censurata prima sul suolo nemico, poi le cartoline (in partenza solo queste erano concesse!) erano prese in carico dalla Croce Rossa Internazionale attraverso alcuni punti di frontiera con la Svizzera e fatti pervenire all’ufficio censura prigionieri di guerra presso il Ministero delle Poste per una successiva censura italiana ( la Croce Rossa Italiana, nella prima guerra mondiale, era stata militarizzata e praticava la censura dei prigionieri di guerra); dopo questa seconda censura era immessa nel circuito civile per la distribuzione.