“Biellesi e Andornesi! I Cacciatori delle Alpi vi debbono una parola d’affetto e di gratitudine. Accoglietela, generose popolazioni, e sia essa il pegno dell’indissolubile nodo che presto riunirà gli Italiani dalla Patria di Archimede a quella di Pietro Micca” 

Biella, maggio del ’59.  Giuseppe Garibaldi.

 

 

AVVENIMENTI FONDAMENTALI DEL BIENNIO 1858-1859

Già all’imbrunire dell’anno 1858 si sparse la voce di un accordo segreto fra il Piemonte e la Francia napoleonica, voce che trovò conferma vera e propria nelle parole pronunziate dello stesso imperatore il quale, ricevendo l’ambasciatore austriaco Hubner, manifestò il suo disappunto nei confronti della corona asburgica, definendo i rapporti tra le nazioni “Non più buoni come nel passato”.                                                                                                                                                                    Dieci giorni dopo si apriva a Torino la seconda sessione della sesta legislatura del Parlamento Subalpino. La grande aula di Palazzo Madama non aveva mai accolta cotanta folla di parlamentari e funzionari del popolo, accorsi per presenziare di persona al discorso di Vittorio Emanuele II. Il Re, entrato pallido e nervoso ma dimostratosi fiero e sicuro,  pronunciò l frase storica:”Questa condizione di cose non è scevra di pericoli, perché nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi.” Non fu una dichiarazione di guerra, ma si era giunti pressoché al limite. Applausi ed esclamazioni di giubilo percorsero l’aula gremita; senatori, deputati e spettatori si levarono in piedi e proruppero in esclamazioni vivissime, dinnanzi agli attoniti ministri di Francia, Russia, Prussia e Inghilterra.                                Il 1859 si aprì con un’ulteriore festa per la cittadinanza torinese: il matrimonio fra la Principessa Clotilde, figlia di Vittorio Emanuele II, e il principe francese Gerolamo Bonaparte, cugino di Napoleone III, che ebbe luogo il 30 gennaio e che sancì effettivamente l’alleanza franco-sabauda. La guerra era ormai alle porte e l’Austria decise di rinforzare le sue forze militari sia nel Veneto che nella Lombardia. Si dovette aspettare quattro mesi e fu così che il 27 aprile, in seguito al rifiuto del Re di ritirare milizie statali e volontarie, l’impero austriaco dichiarò ufficialmente guerra, varcando il Ticino e sconfinando in Piemonte nella zona circoscritta tra Mortara e Vercelli.

 OCCUPAZIONE DEL PIEMONTE ORIENTALE

Il supremo comandante delle forze austriache, il conte Ferenc Giulay, occupava Vercelli in data 2 maggio, con l’intenzione di battersi in giornata campale il 3, dopo aver varcato il Po. Dopo l’offensiva, diverse pattuglie di nemici si diramarono all’intorno per occupare luoghi d’osservazione: a Vettignè, a S. Germano, a Santhià, Cavaglià, Cigliano, Tronzano e alle ore 16 del 7 maggio un espresso del sindaco di Vercelli, con una nota del generalissimo austriaco, giungeva a Carisio sollecitando il Comune di requisire 28 buoi, 36 mucche e diversi generi di foraggio. Contemporaneamente la popolazione (allarmata, stupita e incerta) soddisfò la richiesta ed ecco che verso le 18 si leva un grido: “Ai Tedeschi, ai Tedeschi!”.

GLI AUSTRIACI A BIELLA E LA LORO PRECIPITOSA RITIRATA

Una colonna austriaca venne ben compatta dalla strada di Vettignè. Le andò incontro il parroco don Pramaggiore, sventolando un fazzoletto bianco ad uso bandiera, seguito dal sindaco. Il comandante assicurò che la truppa non avrebbe recato alcun danno se il Municipio li avesse provvisti di razioni di viveri e di foraggi. Gli ordini furono immediatamente eseguiti e si razionarono 43 ufficiali e 2235 soldati che conducevano 222 cavalli. Questo grosso contingente, preceduto da una centuria di moravi a cavallo e protetto da alcuni pezzi d’artiglieria, partì la mattina dell’8 per la via del Brianco verso Salussola, marciando su Biella, ove giungeva alle 13,30. Entrarono in città prima alcuni cavalleggeri ungheresi puntando carabine e poi il resto del reggimento, la cui fanteria era composta soprattutto da polacchi e moravi, accompagnati da un capitano, un sottotenente ed un ufficiale del genio.  Tutta la zona tra Santhià e Biella era ormai presidiata e secondo testimonianze degne di fede, un austriaco avrebbe detto ad un’ abitante di Carisio:”Morta sei piemontesa: oh, stare morta!”. Il tutto sembra essere confermato dalle parole del parroco di Viverone:”Una avanguardia di Ulani passava per Cavaglià e subito chiedeva per Tronzano; avendo il sindaco indirizzato il contingente verso Alice, dal momento che la strada principale era stata chiusa, le truppe austriache si trovarono dinnanzi un picchetto dell’armata franco-sabauda che compì il proprio dovere e tese un’imboscata fatale ai nemici.     Si giunge così al 9 di maggio, proprio nella mattinata in cui il colonnello Freiherr von John ricevette l’ordine da Santhià di abbandonare Biella con la sua cavalleria e con la sua fanteria e in quel giorno tutti i corpi scaglionati nella suddetta zona compirono un movimento retrogrado e si diressero verso Vercelli a marce forzate. La ragione di questo spostamento  improvviso è da ricercarsi nella condizione precaria in cui si trovava il nemico, seriamente minacciato sul fianco sinistro dagli eserciti alleati.                                                                                                                                                                                    Ma nell’uscire da questi luoghi gli austriaci si lasciarono andare ad atti di vero vandalismo: non più sola requisizione, ma saccheggio di bestiame e biancheria, oltre all’allagamento delle strade e alla spogliazione. Al 9 maggio, i paesi biellesi sono liberi dall’egemonia straniera. Intanto alle notizie vere s’aggiungono le fantasie e le classiche esagerazioni dei momenti complessi: ad Ivrea gli austriaci caricarono tre carri di fanciulle e le portarono nelle caserme, dove furono fatte oggetto di brutalità di qualsivoglia genere. Ma è risaputo che mai gli austriaci toccarono Ivrea!

I CACCIATORI DELLE ALPI

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Dietro la ritirata nemica a Vercelli, sono pronte le soldatesche dell’esercito sardo, che occuparono subito i punti strategici già tenuti dal nemico.                                                                                                                                                                               A Santhià vennero stanziati il “Savoia” ed il “Piemonte Reale” per paura che l’oppositore potesse irrompere a Buronzo, provenendo da Gattinara, e prendere di sorpresa il convoglio.                                                                                                        A questo punto entrò in scena Giuseppe Garibaldi, maggior generale dei Cacciatori delle Alpi, il quale, dopo aver accolto l’invito di Cavour (lettera dell’11 maggio), si recò a S.Germano agli ordini del generale De Sonnaz e fino al 16 maggio si fermò poco distante da Cascine di Strà. Sfumato il pericolo di un’offensiva contro Torino, il nativo di Nizza si diresse a Biella.               Il 17 maggio, martedì, alle 3 pomeridiane, giunsero per ferrovia 1000 Cacciatori delle Alpi; alle 9 un altro convoglio e a mezzanotte un terzo. In tutto 3500 uomini e 60 cavali ma l’Eroe impazientemente atteso non giunse che al giorno seguente.

GARIBALDI OSPITE DEL VESCOVO DI BIELLA                                    

Sono le cinque del mattino (mercoledì,18) quando il Generale con il suo seguito entrò nella nostra città dirigendosi subito al vescovado. In quel momento il Vescovo stava celebrando la Messa, e Garibaldi ne approfittò per chiedere acqua fredda ed un catino per lavarsi da capo a piedi.                                                       Intanto Monsignor Losana scese incontro all’ospite e- sono parole dello stesso vescovo- i due se la intesero benissimo. Il generale presentò al Vescovo i suoi ufficiali: il napoletano Francesco Carrano, capo di Stato Maggiore, il piemontese capitano Clemente Corte, il romano capitano Cenni, il romano sottotenente Cacciari.    Il Generale con il suo aiutante di campo, un soldato e due cavalli furono ospitati nel palazzo vescovile, mentre tutti gli altri già durante la notte avevano occupato le chiese delle confraternite, cantieri, collegi e persino il refettorio del Seminario.

L’ENTUSIASMO DEL POPOLO E LE GIORNATE DEL GENERALE 

Non appena la notizia si diffuse in città, commozione ed entusiasmo spingono i nostri concittadini verso l’Eroe. A gran voce, con insistenza, davanti all’episcopio si acclama a Garibaldi; ed egli uscì in mezzo al popolo, attraversò la città e si portò in piazza dove si erano riuniti i suoi Cacciatori. Impartiti gli ordini e mandata una spedizione a Vigliano per setacciare la zona limitrofa, rientrò al Vescovado. Il fascino del vincitore del Sud America soggiogò la cittadinanza e rese delirante la rappresentanza femminile, lasciando scritto tramite l’aiutante maggiore Carrano:” Biella si può dire il primo paese nel quale, da che la guerra era incominciata, il prode italiano fosse popolarmente acclamato”.                                                                            La colazione offerta dal Vescovo venne fissata per le ore 9 ed il pranzo per le ore 15 e, con cavalleresca cortesia, il pomeriggio di mercoledì concesse un’udienza particolare alle signore della città, radunate nel salone vescovile. La mascolina figura dell’Eroe e quella dell’aristocratico vescovo si amalgamarono all’interno della schiera di donne, alle quali Garibaldi rivolse espressioni di gentilezza e di patriottico incitamento. Si chiuse così la prima giornata biellese del leone di Caprera.                    Durante la notte, nella sua camera scrisse ai patrioti di Arona, che sul finire di maggio avrebbero poi avuto prova della sua bravura.                                                                                                                                                                                             Nel pomeriggio del giorno 19, si recò a rendere omaggio a Pietro Micca, caduto nella battaglia di Torino del 1706, visitandone la casa a Sagliano, ed è allora che fu salutato con quel grido che lo commosse al punto di strappargli delle lacrime:”Ecco un Eroe che viene a visitare un altro Eroe”.

IL PROCLAMA AI LOMBARDI

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Sotto l’impressione della grandezza dell’Andornese che rifece scattare nel suo cuore l’ardimentoso desiderio della speranza per una Nazione Unita, dettò il “Manifesto ai Biellesi e agli Andornesi” e il famoso proclama ai Lombardi, stampato presso la tipografia Amosso (sita in Biella), in cui leggiamo le indelebili, nonché tuonanti parole:”Io sono commosso della sacra missione affidatami e superbo di comandarvi”.

COME GARIBALDI ACCOLSE L’AUGURIO DI MONSIGNOR LOSANA

Garibaldi risiedette nelle terre nostrane per due giorni: in data 20 maggio ripartì. Dopo aver consumato la colazione, verso mezzogiorno si presentò dinnanzi al vescovo per congedarsi e per ringraziare della cortese ospitalità. La seguente parte del colloquio è tratta dal diario personale dell’episcopo:                                                                                                                         “Non auguro loro del coraggio, chè ne hanno forse già troppo, bensì auguro buona fortuna alla loro impresa”. Iniziò il vescovo.   “Per il buon successo della gran causa”. Rispose Garibaldi.                                                                                          “Sì, e per il bene vero dell’Italia, ma con il trionfo del buon ordine e della religione, perché senza di questa nulla si avrà di stabile, nulla di buono”. Riprese l’ecclesiastico.     “Sul punto della gran causa, di cui mi parlate, credo non esservi divergenze”. Concluse l’Eroe.                                                                                                                                                                                  A questo punto Garibaldi s’avvicinò al vescovo: i due uomini si guardarono commossi e i loro sguardi si comunicarono l’ardore della comune speranza. Mai la mano di Giuseppe Garibaldi strinse così calorosamente quella di un rappresentante del clero cui Quintino Sella, 10 anni dopo, dedicò queste parole: “Se tutti i vescovi rassomigliassero a Mons.Losana, i guai d’Italia sarebbero presto finiti”.                                                                                                                                                                       Le ultime parole del Generale furono di promessa di servigi in qualsiasi momento al vescovo. Fatti poi chiamare i domestici di quest’ultimo fece distribuire loro un marengo, non senza complimenti a loro rivolti. Montò così a cavallo e, uscendo dal palazzo, si diresse verso Cossato, seguito da decine di giovani catturati dal suo carisma e desiderosi di perorare la stessa causa.

GIUSEPPE GARIBALDI A COSSATO

Conosciamo la parentesi cossatese di Giuseppe Garibaldi tramite una storia che un’anziana signora era solita raccontare ai nipoti, una vicenda che apparentemente potrebbe sembrare favolistica e leggendaria, ma proprio per questo attinente alle gesta del Primo Italiano.                                                                                                                                                                    Nel 1859, circa dieci anni dopo aver accolto i patrioti sconfitti della battaglia di Novara e permesso il loro rifocillamento, una certa signora Florio, per altro madre dell’oratrice, venne a sapere da un conoscente della famiglia (miliziano di Garibaldi stesso) che il Cacciatore per eccellenza sarebbe passato da Cossato per dirigersi a Novara. La donna colse senza indugio alcuno l’occasione e, osservando il suggerimento del marito che prevedeva l’apertura della porta della loro abitazione a chiunque, si diresse alla frazione Broglio, ove il generale sarebbe passato sicuramente, per offrirgli ospitalità. Lo vide mentre aveva un piede poggiato sul paracarro della strada, il ginocchio piegato che reggeva il braccio e il mento appoggiato sul palmo della mano (in atto di riposo), intento ad osservare i suoi soldati, i quali, stanchi a causa della lunga marcia, si erano buttati alla rinfusa sul ciglio della strada e sui bordi dei prati vicini. La donna proferì l’invito, da una parte intimidita dalla figura eroica mentre dall’altra sicura di sé, ma il generale fu costretto a declinare quanto offertogli, non senza aver prima reso omaggio e ringraziamenti alla donna per la cordialità. La motivazione? “Non potrei riposare se non riposano i miei soldati”, disse Garibaldi e, congedatosi, proseguì.

LA PAROLA “MAGICA” CHE DEBELLO’ LA CRITTOGAMA NEL BIELLESE

La Crittogama, malattia della vite che aveva causato l’interruzione della produzione di vino nel biellese nella seconda metà del XIX secolo, venne debellata da Garibaldi, il quale, notata la condizione di disperazione in cui viveva il vescovo, trovò la soluzione decisiva: apporre lo zolfo sia sulle foglie che sulle radici della pianta. All’inizio diffidente, il vescovo testò il nuovo vino a piccole dosi per paura che fosse tossico, si dovette ricredere, dal momento che non accadde nulla di pericoloso e l’agricoltura vinicola nel Biellese, nel Vercellese, nel Novarese, spingendosi quasi a ridosso di Milano, poté riprendersi e prosperare.

“Se a far l’Italia era stata necessaria la spada, a conservarla e a renderla prospera e grande era indispensabile l’aratro”

 

Mirabile lavoro di Alessandro Valz classe IV A

vedi anche

 

Repertorio di fonti documentali su Giuseppe Garibaldi

I documenti sono suddivisi in tre gruppi all’interno dei quali l’elenco segue un ordine cronologico

A questi si aggiungono le carte concernenti l’acquisto di San Sebastiano per l’alloggiamento delle truppe pubblicate dal Museo del Territorio Biellese

Il repertorio si integra con la bibliografia su Garibaldi pubblicata dalla Biblioteca civica di Biella.