Hume, filosofo scozzese settecentesco, si trovò a dedicare particolare attenzione alla questione della religione, così come accadde anche per gli altri filosofi illuministi. Questo problema venne da lui affrontato attraverso una serie si saggi, tra cui l’Of Suicide, databile al 1756 ma mai pubblicato date le reazioni provocate dalle tesi che egli sostenne nei suoi scritti precedenti, per esempio l’Of Miracles del 1748. Lo studio critico, di stampo empiristico, del suicidio dava come esito l’impossibilità di assecondare tramite riflessioni metafisiche, scientifiche o morali il dogma teologico della vita eterna dopo la morte. Hume affrontò il tema del “suicidio razionale”, con cui si intende la decisione ben ponderata (si esclude quella causata da depressione e malinconia) di uccidersi per evitare dolori e miserie futuri, arricchendo il suo discorso con la contrapposizione tra i saggi di età classica, la cui etica permetteva tale azione e anzi la accettava positivamente (vedi Seneca), e i devoti suoi contemporanei fortemente legati alla superstizione, i quali consideravano la vita come un dono di Dio non soggetto alle loro scelte poiché l’unico che detiene potere su essa è proprio il Creatore. Quindi secondo la dottrina, non avendo noi un diretto potere decisionale sulla nostra vita, non abbiamo la possibilità di scegliere di porvi fine o di proseguire con essa, non è insomma “di nostra competenza”. A ciò il filosofo rispose:

Se disporre della vita umana fosse una prerogativa peculiare dell’Onnipotente, al punto che per gli uomini disporre della propria vita fosse un’usurpazione dei suoi diritti, sarebbe ugualmente criminoso salvare o preservare la vita. Se cerco di scansare un sasso che mi cade sulla testa, disturbo il corso della natura e invado il dominio peculiare dell’Onnipotente, prolungando la mia vita oltre al periodo che, in base alle leggi generali della materia e del moto, le era assegnato.

Saggio sul suicidio, un’edizione del 1894.

Occorre precisare che Hume non intendeva andare contro al concetto di “Dio creatore”, anche lui era del parere che la natura e le opere comuni che essa compie avvengono secondo il disegno di un artefice; la problematica sorge nel momento in cui gli stessi uomini la sfigurano («Quanti capricci, quante assurdità e immoralità le vengono attribuite! Come è degradata, anche al disotto dell’indole degli uomini ai quali di solito, nella vita comune, attribuiamo buon senso e virtù!», da Storia naturale della religione). Inoltre egli affermava che il togliersi la vita non era da considerarsi un crimine contro Dio poiché noi siamo in grado di comprendere e concretizzare moralmente attraverso le nostre azioni solo le leggi naturali e non gli effetti che da esse derivano, tra cui appunto il suicidio.

Il Creatore Onnipotente ha stabilito leggi generali e immutabili con le quali tutti i corpi, dai pianeti più grandi alle più piccole particelle di materia, sono mantenuti nelle loro sfere e funzioni proprie. Per governare il mondo animale, Egli ha dotato tutte le creature viventi di facoltà corporee e mentali; di sensi, passioni, appetiti, memoria e giudizio con i quali esse sono spinte o regolate durante quel corso della vita per il quale sono destinate. Questi due distinti principi, del mondo materiale e animale, costantemente usurpano l’uno il territorio dell’altro ed accelerano o ritardano reciprocamente ciascuno il corso delle proprie operazioni. I poteri dell’uomo e di tutti gli altri animali sono costretti e diretti dalla natura e dalle qualità dei corpi sottostanti; e le modificazioni e azioni di tali corpi sono a loro volta costantemente alterati dalle operazioni di tutti gli animali.

Nel corso della lettura si fa sempre più evidente la contraddizione di coloro che rifiutano il suicidio perché credenti. Infatti, perché adoperarsi per curare malattie se poi non disponiamo della nostra stessa vita? Perché biasimare la scelta di togliersi la vita come risorsa (una delle molte previste dalle leggi di natura che accomunano tutti gli esseri viventi) per lottare contro le avversità e porre fine alle proprie sofferenze quando ormai essa è diventata insopportabile e inutile anche per la società? (Si ricordi che secondo Hume il primo dovere morale dell’uomo è quello di essere felice e di render contemporaneamente tali i suoi simili). Hume pertanto non ritiene un tal gesto né un crimine contro noi stessi né contro la società, appunto.

Non sarebbe un delitto per me deviare il Nilo o il Danubio dal loro corso, se fossi capace di farlo. È dunque delittuoso distogliere dai loro canali naturali poche once di sangue?

 

SITOGRAFIA:

BIBLIOGRAFIA:

  • A. La Vergata, F. Trabattoni, Filosofia, cultura e cittadinanza vol. 2, Edizione mista, Milano, La Nuova Italia, 2011.