COLLABORAZIONE E COMPRESENZA TRA L’ EMINENTISSIMA E TEUTONICA PROFESSORESSA VERA SFORZI E IL SUO UMILISSIMO COLLEGA DI STORIA MARCO CASTELLI.
CON LA COLLABORAZIONE DELLA PROF. MAFFEIS DI LINGUA FRANCESE

Fra tutti i corrieri che tenevano i collegamenti fra il paese sotto occupazione e gli organi ufficiali del governo in esilio va ricordato Jan Karski, non tanto per le sue rocambolesche avventure mentre svolgeva le missioni quanto per la massima importanza di quest’ultime.

Jan Karski (in realtà Jan Romuald Kozielewski) nato nel 1914 a Łódź, laureato in giurisprudenza e diplomazia all’Università „Jan Kazimierz“ di Leopoli, dal 1939 fu impiegato al Ministero degli Affari Esteri. Fin dai primi giorni dell’occupazione si era impegnato nell’attività cospirativa sia come emissario diplomatico dello ZWZ (Unione della Lotta Armata) per i contatti con la Gran Bretagna gli Stati Uniti, sia come autore dei rapporti sulla sorte degli Ebrei. Il primo rapporto, steso già alla fine del 1939, venne trasmesso al governo polacco in esilio in Francia nel gennaio 1941. Nei successivi 1941-1942 raccolse materiali per il nuovo rapporto, anche in prima persona, infiltrandosi nel ghetto di Varsavia e nel campo di Izbica Lubelska.

 

Prof.ssa Vera Sforzi

 

 

 

 

Nell’autunno del 1942, su ordine di Cyryl Ratajski, Delegato del Governo polacco in esilio, partì in missione per informare gli Alleati occidentali di ciò che stava accadendo in Polonia, dello sterminio degli Ebrei. A Londra, sulla base dei materiali portati da Karski e delle sue testimonianze venne elaborato un memorandum (la cosiddetta Nota di Raczyński, dal cognome del Ministro degli Affari Esteri) con cui si informava gli stati occidentali dell’Olocausto e si chiedeva di intervenire e prestare aiuto. La Nota, pubblicata anche sotto forma di opuscolo (The mass extermination of Jews in German occupied Poland. Note addressed to the Governments of the United Nations on December 10th 1942) ebbe una larga risonanza ma, purtroppo, non produsse effetti pratici sperati.

CLASSE IV A DEL LICEO CLASSICO, marzo 2019

 

 

 

Una simile indifferenza incontrarono i tentativi di Karski di interessare le élites americane della sorte degli Ebrei polacchi (fra l’altro nel luglio del 1943, durante l’incontro con il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt). Nonostante fossero arrivate informazioni sull’Olocausto anche da altre fonti di informazione, la relazione di Karski oltre a suscitare spesso diffidenza fu trattata come un gesto propagandistico del governo polacco.

Di enorme valore informativo fu il libro di Karski diventato best seller (400 mila copie) The Story of Secret State (Storia di uno Stato segreto) pubblicato a Boston nel 1944, che finalmente riuscì a sensibilizzare l’Occidente rispetto alle sofferenze e alla disperata lotta dei Polacchi e degli Ebrei.
Finita la guerra, Karski rimase negli Stati Uniti dove insegnava all’Università di Georgetown di Washington. Nel 1982 venne riconosciuto Giusto fra le Nazioni e nel 1994 gli venne concessa la cittadinanza onoraria di Israele. Morì il 13 luglio 2000 a Washington. Nel 1913 il Parlamento della Repubblica di Polonia ha proclamato il 2014 Anno di Jan Karski.

 

 

Catturato e richiuso in un campo di prigionia, il giovane Jan riesce a scappare e si unisce alla Resistenza, mentre la maggior parte dei suoi compagni sarà fucilata dai russi. Karski tiene abilmente i contatti tra i combattenti polacchi e l’Occidente. Nel 1940 viene catturato e torturato dalla Gestapo durante una missione in Slovacchia; temendo di rivelare qualcosa sotto tortura si taglia le vene, ma viene salvato e ricoverato in ospedale, da cui un commando della Resistenza lo aiuta a evadere e a riprendere la missione di ufficiale di collegamento.

Dal 1939 gli ebrei, rinchiusi nei ghetti circondati da filo spinato, muoiono di stenti. Dal luglio 1942 iniziano le deportazioni nei campi di sterminio. In quel periodo, come diplomatico clandestino del governo polacco in esilio a Londra, Karski si prepara a una missione segreta per portare informazioni dalla Polonia in Gran Bretagna e a Washington. Prima della partenza da Varsavia viene raggiunto da due leader della Resistenza ebraica fuggiti dal ghetto, che gli raccontano della “guerra di Hitler contro gli ebrei”. Dicono che, secondo i loro calcoli, più di 1,8 milioni di ebrei sono già stati uccisi dai nazisti e che circa 500 mila internati nel Ghetto sono stati portati in un campo di sterminio a 96 km dalla capitale polacca. I resistenti gli chiedono di informare Churchill e Roosevelt e lo invitano a verificare di persona la situazione. Karski, che possiede una memoria fotografica, acconsente: nell’agosto 1942 entra nello scantinato di una casa nella parte “ariana” sul confine del Ghetto, si traveste con abiti cenciosi su cui è cucita la stella di David e viene condotto “all’inferno”.

Decenni più tardi ripensando a quei momenti, Karski dirà semplicemente: “Ho visto cose terribili“, ma nel film Shoah di Claude Lanzmann descriverà i molti corpi nudi stesi nelle strade, la gente emaciata in procinto di morire di fame, i bambini senza più emozioni né espressioni e i ragazzi della Hitlerjugend a caccia di questi ebrei per ridere della loro agonia. Ad accompagnare Karski sono Menachem Kirschenbaum e l’avvocato Leon Feiner, che per tutta la durata della visita continua a mormorargli: “Ricordati di questo, ricordatelo“. Gli ebrei vogliono che il mondo sappia dei campi di sterminio tedeschi.

 

A settembre si intensificano le deportazioni da Varsavia. Feiner, che finirà tra le centinaia di migliaia di vittime, comunica a Karski le richieste da passare alle Cancellerie occidentali: gli alleati, una volta informati dello sterminio, devono assumersi la responsabilità di fermarlo, anche bombardando le città tedesche. Feiner conclude: “Faccia in modo che nessun leader occidentale possa dire che non sapeva.”

I due poi accompagnano Karsky a Izbica, un paesino vicino Varsavia, punto di raccolta in cui migliaia di ebrei cecoslovacchi venivano perquisiti, spogliati e messi su camion per il campo di sterminio di Belzec. Qui, Karsky, nascosto sotto l’uniforme di un miliziano ucraino, vede arrivare migliaia di ebrei affamati e terrorizzati, sente le urla strazianti di donne e bambini e l’odore della carne umana bruciata.

Ritorna a Varsavia e si preparara al pericoloso viaggio a Londra con i microfilm di centinaia di documenti. Temendo le conseguenze dell’accento polacco alle frontiere e ai posti di blocco, si fa estrarre alcuni denti per procurarsi un gonfiore che possa giustificare il suo silenzio di fronte ai tedeschi. Durante il viaggio tiene le mani sempre nascoste per non mostrare le cicatrici del tentato suicidio. Raggiunge Berlino, poi attraversa la Francia di Vichy e da qui arriva prima in Spagna, infine a Londra via Gibilterra.

A Londra consegna i microfilm, descrive la Resistenza e la situazione degli ebrei sottolineando che il loro destino è peggiore di quello dei polacchi. Molti dei suoi superiori pensano che la questione ebraica sia una componente marginale della tragedia nazionale e temono che una vittimizzazione degli ebrei possa nuocere alla causa della Polonia facendola apparire meno rilevante. Nel febbraio del 1943 Karsky incontra il segretario di Stato Anthony Eden che risponde alla richiesta di aiuto sostenendo che l’Inghilterra ha già accolto 100 mila profughi polacchi: non è possibile fare di più. Karsky informa anche il rappresentante del governo in esilio, Szmul Zygielbojm, che, impotente, si uccide il 12 maggio 1943 con una lettera di protesta per l’indifferenza generale verso lo sterminio ebraico: a Varsavia in quei mesi era scoppiata la rivolta nel Ghetto, raso al suolo dai nazisti dopo la disperata resistenza dei suoi abitanti.

Due mesi dopo, nel luglio 1943, Karski arriva negli Stati Uniti, dove a fronte di un forte sostegno popolare ritrova la stessa inerzia delle autorità con cui si è scontrato in Gran Bretagna. L’incontro con Roosevelt è deludente. Karski spera di influenzare Felix Frankfurter, magistrato della Corte Suprema ebreo che afferma: “Io non dico che questo giovane stia mentendo, ma che sono incapace di credergli”.

Conclusa la missione, Karski freme per ritornare in Polonia ma i superiori glielo impediscono: ormai è un volto noto per i tedeschi e quindi deve rimanere negli USA, dove rilascia interviste e scrive il libro Story of a Secret State. Un anno dopo il governo in esilio polacco per cui lavora si scioglie: la Polonia è passata nell’orbita sovietica. Karski consegue un dottorato nella Scuola di diplomazia americana e insegna alla Georgetown University fino alla pensione nel 1984. Nel 1954 diventa cittadino degli Stati Uniti. Tiene molte conferenze esprimendosi contro il comunismo e per una Polonia libera e indipendente. Dedica più di dieci anni alla stesura di The Great Powers and Poland: 1919-1945, che uscirà nel 1985. Nel 1965 sposa Pola Nirenska, ballerina e coreografa di origine ebreo-polacca che è l’unica sopravvissuta alla Shoah di una famiglia numerosa. Per molti anni preferisce non parlare della sua “missione impossibile”, e si sente un uomo sconfitto: “Ho la sensazione che gli ebrei non abbiano avuto fortuna con me, ero troppo insignificante per suscitare interesse alla causa”. Solo nel 1981, su invito di Elie Wiesel, Karsky ricorda: “Il Signore mi ha assegnato un ruolo di messaggero e scrittore durante la Guerra, quando, così mi sembrava, sarebbe potuto essere utile. Non lo fu… allora divenni un ebreo. Come la famiglia di mia moglie – tutta perita nei ghetti, nei campi di concentramento, nelle camere a gas, così tutti gli ebrei assassinati sono diventati la mia famiglia. Ma sono un ebreo cristiano. Sono un cattolico praticante. Anche se non sono un eretico, la mia fede mi dice che l’umanità ha commesso il suo secondo peccato originale attraverso l’azione, l’omissione, l’ignoranza autoimposta, l’insensibilità, l’interesse egoistico, l’ipocrisia o ancora la razionalizzazione priva di emozioni”.

 



 

Moshe Bejski che l’anno successivo gli conferisce la medaglia di “Giusto tra le Nazioni” ha detto di lui: “Mi ricorderò sempre la rabbia che aveva in corpo quando parlò davanti a me il giorno in cui ricevette l’onorificenza di Yad Vashem. Era ancora furioso con Roosvelt e Churchill, i due potenti capi della coalizione che non lo avevano ascoltato. Si sentiva uno sconfitto e io lo rincuoravo“.


Dal 7 aprile 2011 a Jan Karski sono dedicati un albero e un cippo al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano. 

 

 

 

 



 

Jan Karski (1914–2000)

Verkannter Warner vor dem Holocaust

Jan Karski. Quelle: Museum of History of City Lodz

Jan Karski. Quelle: Museum of History of City Lodz

In den Fragebögen für Prominente hat vermutlich noch nie jemand die Frage, „Welche militärische Leistung bewundern Sie am meisten?“, mit der Erwähnung von Jan Karski beantwortet. Vielleicht ist das auch gut so: Karski war Militär, handelte militärisch und vollbrachte eine der größten Heldentaten des Zweiten Weltkriegs – die er freilich selber nur als humanitäre Selbstverständ­lichkeit gewertet sehen wollte. Der Pole Karski ließ sich in NS-Ghettos schleusen, beobachtete dort alles und schlug sich später bis in die USA durch, um den Alliier­ten darüber zu berichten und sie zur Rettung der Juden zu bewegen. Niemand wollte ihn hören. Am 27. Januar 1997 berichtete Jan Karski in der Kölner Synagoge von seinen Erlebnissen, und sein Bericht soll hier im Wort­laut folgen – das Vermächtnis des Mannes, „der den Holocaust stoppen wollte“, die tragische Geschichte des Wahrheitskünders, dem nie­mand glauben wollte.

Jan Karski (Jan Kozielewski wurde 1914 im zentralpolnischen Łódż geboren. In den Jahren 1931 bis 1936 studierte er an der „Jan Kazimierz“-Universität in Lwów Jura und bereitete sich auf den diplomatischen Dienst vor. Anschließend setzte er seine Ausbildung in England, Deutschland und der Schweiz fort, später absolvierte er in Polen eine artilleristische Offiziersschule, die er als „Podporucznik“ (Unterleutnant) verließ. 1939 wurde er in den diplomatischen Dienst Polens aufgenommen. Nach Kriegsausbruch geriet er in sowjetische Gefangenschaft, konnte aber fliehen und schloß sich in Krakau den Widerstandsorganisationen an, die General Władysław Sikorski (1881–1943), der Premier der polnischen Exilregierung in London, geschaffen hatte. Für die­se unternahm er Kurierfahrten, wurde aber schon bei der zweiten in der Slowakei gefasst und von der Gestapo so gemartert, daß er Selbstmord begehen wollte. Kämp­fer des „Bundes Bewaffneter Kampf“ (ZWZ) unter General Tadeusz Komorowski-Bór (1895–1966), des späteren Kommandanten der „Armija Krajowa“ (Landesarmee, AK), befreiten ihn, und fortan beschäftigte sich Karski im Auftrag des ZWZ mit der Lage der Juden und dem polnisch-jüdischen Verhältnis. Dabei hatte er Kontakt mit Adolf Berman (1906–1978), dem Vertreter des „Jüdischen Nationalkomitees“, und Leon Fajner (1888–1945) vom „Bund“. Diese ermöglichten ihm einen Besuch im Warschauer Ghetto, damit er der Welt über das Leiden der dortigen Juden berichten konnte. Gleichzeitig trafen bei der AK Berichte über Exekutionen von Juden in Lublin und Bełżec ein. Mitte Oktober 1942 bekam Karski den Auftrag, sich auch das Vernichtungslager Bełżec – in dem schätzungsweise 600.000 Juden umgebracht wurden – anzuschauen, was ihm auch in der Uniform eines ukrainischen Wachmanns gelang. Karski (der sich heute nicht mehr sicher ist, ob es wirklich Bełżec oder Izbica Lubelska war) kundschaftete alles aus, bis hin zum Lagerkommandanten Gotllieb Hering, einem ehemaligen Aktivisten von NS-Aktionen zur sog. „Euthanasie“. Sein Bericht wurde über polnische Diplomaten in die USA geleitet, hatte dort aber keinen Effekt.

Karski kehrte nach Warschau zurück, um sich auf eine Reise nach London vorzubereiten. Er führte zahlreiche Mikrofilme mit sich und hatte sich einige Zähne ziehen lassen, um durch die Schwellungen im Mund seinen polnischen Akzent verbergen zu können, falls er in Deutschland festgehalten würde. Mit Personenzügen gelangte er nach Berlin, von dort über Vichy-Frankreich nach Gibraltar und London. Seine Berichte stießen bei Juden wie Szmul Zygielbojm (1895–1943), dem Vertreter des sozialistischen „Bunds“ in der Londoner Exilregierung,  auf Unglauben, bei Polen und Engländern auf Unwillen. Eine Änderung trat ein, nachdem die Deutschen im Mai 1943 den Aufstand im Warschauer Ghetto niedergeschlagen hatten. Zwei Monate später traf Karski in den USA ein, wo man ihm mehr Aufmerksamkeit und Mitgefühl bezeugte. Karski traf sich mit höchsten Autoritäten, darunter Präsident Franklin D. Roosevelt (1862–1945), und seine Aussagen bewirkten größere politische Kurswechsel, als er selber anfänglich glauben wollte.

Nach dieser Mission wollte Karski nach Warschau zurückkehren, wurde von seinen Vorgesetzten aber zurückgehalten: Seine Identität war von den Deutschen aufgedeckt worden, und die stellten ihn als „bolschewistischen Agenten“ hin. Die sowjetische Propaganda, in den USA über das Magazin „Soviet Russia Today“ aktiv, charakterisierte ihn als „antisemitischen Aristokraten“ und „nationalistischen Provokateur“, der die Alliierten verwirren wollte und dem man keinen Glauben schenken dürfe. Unter diesen Umständen konnte Karski nicht mehr als Kurier tätig sein, an seine Stelle trat ab Januar 1944 Jerzy Lerski (1917–1992), der legendäre Kurier „Jur“. Zuvor hatte Jan Nowak-Jezioranski (*1913) dieses Amt versehen, der sich später erinnerte: „Ich traf Karski im Dezember 1943, als ich ebenfalls als Kurier nach London kam. Vor der Abreise aus Warschau bekam ich dieselben Weisungen, die auch mein Vorgänger Karski erhalten hatte. An erster Stelle standen polnische Angelegenheiten, an zweiter die totale Vernichtung der Juden. (…) Karski war zutiefst frustriert. Er sagte, er stieße bei jedem Schritt auf Misstrauen, sogar bei den Juden selber. Er hielt seine Mission für einen Fehlschlag. Aber er forderte mich auf, mich nicht abschrecken zu lassen. Binnen kurzem überzeugte ich mich, daß er Recht hatte“.

Nowak-Jezioranski blieb nach dem Krieg in Deutschland und war von 1952 bis 1976 Chef der amerikanischen Rundfunkstation „Radio Free Europe“ in München. Nach dem politischen Umsturz in Polen kehrte er in seine Heimat zurück und trotz seines mittlerweile hohen Alters ist er immer noch publizistisch sehr aktiv. Karski blieb in den USA und schrieb 1944 sein Buch „Story of a Secret State“, in dem er den polnischen Widerstand im Untergrund schilderte. Nach dem Krieg konnte und wollte Karski nicht in ein nunmehr kommunistisches Polen zurückkehren und begann eine sehr erfolgreiche akademische Karriere, aus der er erst 1984 ausschied. In der Wissenschaft machte er sich einen Namen durch zahlreiche historische Werke.

Von seiner Rolle im Krieg hat Karski lange Jahre nichts verlauten lassen. Erst Claude Lanzmann konnte ihn 1977 dafür gewinnen, an dem Film „Shoah“ mitzuwirken  Als er am 13. Juli 2000 starb, sollen der israelische Premier E. Barak und Palästinenserführer J. Arafat gerade laufende Verhandlungen unterbrochen haben, um seiner zu gedenken.

Im September 2002 wurde im Campus von Karskis ehemaliger Hochschule, der Georgetown University in Washington, ein Denkmal für ihn enthüllt. Das Monument, eine Arbeit des jungen Bildhauers Karol Badyna aus Krakau, zeigt Karski beim Schachspiel – was er auch in der Nacht vor seinem Tod tat.

Karol Badyna mit seiner Skulptur Jan Karskis. Quelle: The American Center of Polish Culture, Washington

Karol Badyna mit seiner Skulptur Jan Karskis. Quelle: The American Center of Polish Culture, Washington

 

Jan Karskis Bericht (Köln, 27. Januar 1997)

Alle Juden leben überall mit einer offenen Wunde, die niemand heilen kann: die Erinnerung an den Holocaust! Obwohl ich selber kein Jude bin, lebe auch ich mit dieser Wunde. Denn ich weiß mehr als andere, was mit den Juden geschehen ist. Denn ich habe durch meine Aktivitäten im Krieg miterlebt, wie hilflos und von der freien Welt verlassen sie waren. Darüber möchte ich jetzt sprechen.

Und das ist meine Geschichte. Mitte 1942 informierte mich der geheime Delegierte der polnischen Exilregierung und nominelle Vorsitzende dessen, was wir „Polnischer Staat im Untergrund“ nannten, Cyril Ratajski, daß er selber wie auch die politischen Führer, die sozusagen ein Untergrund-Parlament gegründet hatten, beschlossen hätten, mich nach London zu schicken. Ich sollte ihre persönlichen Botschaften den Bezugspersonen in London überbringen. Und ich hätte die Botschaften sehr sorgfältig abzuliefern und unter gar keinen Umständen meine eigene Meinung über irgendwen zu äußern. Ob ich das tun wolle? Ich wollte! In dieser Zeit war ich für mein photographisches Gedächtnis berühmt. Ich besaß auch Erfahrung und man vertraute mir. Im Dezember 1939 hatte man mich geheim von Warschau nach Frankreich geschickt, im April 1940 wieder zurück nach Polen. Zwei Monate später wieder nach Frankreich, aber in der Slowakei verhaftete mich die Gestapo und unterzog mich einem brutalen Verhör. Aber eine Gruppe von Untergrundkämpfern befreite mich. Einige Wochen lang vor meiner Abreise nach London sammelte ich Informationen von verschiedenen politischen Führern und prägte sie meinem Gedächtnis ein. Im September 1942 informierte mich der Delegierte, daß die Führer von zwei jüdischen Untergrundorganisationen, Zionisten und „Bund“, von meiner Mission erfahren hätten und wollten meine Dienste in derselben Weise wie andere Polen nutzen. Ob ich damit einverstanden wäre? Ich war es. Ich traf mich zweimal mit ihnen, sie beschrieben mir die Situation der Juden in Polen: Hitler und seine Henker haben beschlossen, alle Ju­den zu vernichten. Die Masse der Juden könne sich das nicht vorstellen. Aber die beiden wussten: Die Juden sind hilflos. Zwar könne der polnische Untergrund einige von ihnen retten, aber er könne nicht die Vernichtung des jüdischen Volks verhindern. Das könnten nur die machtvollen Regierungen der Alliierten tun. Die jüdischen Führer zählten einige Aktionen auf, die die Alliierten unternehmen könnten. Ich schwor ihnen, ich würde darüber mit jedem reden, der einen Einfluß auf die Politik der Alliierten besäße.

Szmuel Zygielbojm (1895-1943) . Quelle: Historical Sites of Jewish Warsaw

Szmuel Zygielbojm (1895-1943) . Quelle: Historical Sites of Jewish Warsaw

Mit Hilfe der Juden fand ich zweimal Eingang ins Warschauer Ghetto. Dort habe ich schreckliche Dinge gesehen. Später verschafften mir die Juden die Möglichkeit, in ein jüdisches Lager zu gelangen. Jahrelang war ich überzeugt, es sei Bełżec gewesen, aber der Autor einer neueren Publikation fand heraus, es habe sich vermutlich um Izbica Lubelska gehandelt, nahe bei Bełżec gelegen. Dort sah ich ebenfalls sehr schreckliche Dinge.

Wenige Tage, bevor ich Warschau für meine Reise nach London verließ, übergab mir mein Vorgesetzter im Büro für Information und Propaganda (BIP) der Landesarmee (AK), Jerzy Makowiecki[8], einen normalen Hausschlüssel, in dem eine Rolle Mikrofilme verborgen war. Wenn diese entwickelt und vergrößert würden, fügten sie sich zu einem Bericht von 30 Doppelseiten zusammen. Die Filme enthielten höchst detaillierte Informationen über die Lage der Juden in dem von Nazis dominierten Polen. Später erfuhr ich, daß der Bericht von drei prominenten AK-Mitgliedern verfasst worden war: Ludwik Wider­szal, Stanisław Herbst und Henryk Wolyński.. Ich fuhr von Warschau mit gefälschten Papieren ab, kam per Zug durch Berlin und Brüssel und landete in Paris. Dort übergab ich den Schlüssel einem der militärischen Leiter des polnischen Widerstands in Frankreich, Alexander Kawałkowski, der den Auftrag hatte, ihn sicher und sofort nach London zu schaffen. Mich konnte er nicht nach London bringen, und so führte mich mein Weg über Lyon, Perpignan, die Pyrenäen (die ich zu Fuß über­querte) bis nach Barcelona. Von dort brachten mich englische und amerikanische Geheimagenten nach Madrid und Algeciras, weiter mit einem Motorboot zu einer britischen Seepatrouille, die mich schließlich nach Gibraltar brachte. Der dortige Gouverneur bewirtete mich mit einem großartigen Abendessen, und einige Tage danach setzte er mich in ein Militärflugzeug nach London. Am 25. November 1942 kam ich in London an. Der polnische Vizepremier Stanisław Mikołajczyk sagte mir, die Regierung habe den Schlüssel mit den Mikrofilmen schon vor zwei Wochen erhalten und sei fast fertig mit einem Memorandum an britische Offizielle, worin das Schicksal der Juden in Polen geschildert würde. Von diesem Memorandum erfuhr ich erst 40 Jahre später, 1982, Details aus dem Buch „Auschwitz und die Alliierten“ des großen britischen Historikers Sir Martin Gilbert. In den früheren Geheimarchiven des Foreign Office fand er, daß am 26. November 1942 L. A. Easterman, der Verbin­dungs­mann des Jüdischen Weltkongresses, in Begleitung von Sidney Silverman, ein Labour-Abgeordneter im Parla­ment, „Karskis Bericht“ an Sir Richard Law übergaben, den Stellvertreter von Außen­minister Anthony Eden. Am 10. Dezember schickte die polnische Regierung in London einen Appell an das Interallied War Council, in dem sie um eine öffentliche Deklaration ersuchte, daß bei Fortsetzung der Vernichtung der Juden die Alliierten die deutsche Regierung und das deutsche Volk dafür verantwortlich machen und unkonventionelle Repressalien anwenden würden. Am 17. Dezember gab das Interallied War Council eine öffentliche Erklärung heraus, eine sehr abgeschwächte. Am 18. De­zember schickte der Präsident der Republik Polen, Władysław Raczkiewicz[12], einen persönlichen Brief an Papst Pius XII., in welchem er ihn anflehte, zugunsten der Verfolgten zu intervenieren. Er schrieb: „Das ist die inständige Bitte meiner leidenden Nation, die ich Ihnen, Heiliger Vater, zu Füßen lege“. Er bekam eine Antwort vom Vatikanischen Staatssekretariat für auswärtige Beziehungen, daß der Papst bereits getan habe, was er tun konnte, und nichts weiter tun könne.

An demselben 18. Dezember traf auf Initiative der polnischen Regierung das Interallied War Council unter dem Vorsitz Anthony Edens zusammen. Der polnische Botschafter Edward Raczyński, der damals auch geschäftsführender Außenminister Polens war, legte die jüdischen Hilfsersuchen vor. Eden antwortete, daß der einzige effiziente Weg, den Juden zu helfen, der möglichst rasche Sieg im Krieg wäre. Großbritannien sei nicht mehr fähig, jüdische Flüchtlinge aufzunehmen, nachdem über 100.000 Flüchtlinge einen sicheren Hafen im Land gefunden hätten. Dann stellte er einige Nachfragen, etwa die, ob einige Juden irgendwo in Nord-Afrika untergebracht werden könnten.

Nun zu meinen persönlichen Aktivitäten, zuerst in London, danach ab Juni 1943 in den Vereinigten Staaten. Bitte erinnern Sie sich daran, daß ich keinerlei politische Vollmacht besaß. Für die Polen war ich eine Art Tonbandgerät, ein Patriot und sonst gar nichts. Für die anderen war ich ein anonymer Agent einer der europäischen Anti-Nazi-Untergrundbewegungen, die so oft unglaubliche Dinge von sich gaben. Meine Aufgabe war, zu informieren und Fragen zu beantworten, nicht aber zu fragen, zu provozieren, lästig zu fallen, zu beleidigen. In London und später in Washington traf ich mit einigen der mächtigsten Männer zusammen – Regierungsmitgliedern, Chef von streng geheimen Organisationen, die die sog. „psychologische Kriegsführung“ unter sich hatte, Verleger, politische Kommentatoren, Schriftsteller, Mitglieder kirchlicher Hierarchien, Verantwortliche für die sog. „Schwarze Propaganda“, die die Moral des britischen Volks stärkten und die des deutschen schwächten und in die Irre führten, und andere mehr. Alle von ihnen erschienen mir freundlich, keiner kam mir indifferent vor gegenüber dem Schicksal der Juden, und alle Argumente, die von diesen Führungspersönlichkeiten vorgebracht wurden, waren durchaus rational unter den gegebenen Umständen. Aber alle Argumente liefen letztlich auf Passivität gegenüber dem Nazi-Bösen hinaus. Alle waren so freundlich, wenn auch nicht restlos alle. H. G. Wells[16], der international berühmte Science-Fiction-Autor, dessen Bücher ich in jungen Jahren verschlungen hatte, hörte sich meine Berichte über die Juden an. Soweit ich mich erinnere, stellte er keine Fragen, bemerkte dann aber: „Das sollte man einmal ernsthaft untersuchen, was es wohl für Gründe hat, daß in jedem Land, wo Juden siedeln, früher oder später Antisemitismus aufkommt“. Er fragte mich, ob ich darüber schon einmal nachgedacht hätte. So viel zu H. G. Wells. Er war absolut nicht sympathisch.

Die Juden hatten um eine öffentliche Erklärung nachgesucht, die die Alliierten abgeben sollten. Sie meinten, daß ein Stopp der Judenvernichtung Teil der alliierten Kriegsstrategie werden sollte. Die Antwort der Verantwortlichen für psychologische Kriegsführung war, daß die Kriegsstrategie bereits abgestimmt sei, und zwar auf dem höchsten Niveau: Roosevelt, Churchill, Stalin. Der Krieg würde zur Befreiung aller Nationen in Europa geführt, nicht allein für das jüdische Volk. Eine solche Deklaration würde diese Nationen entzweien, allen voran die Russen. Ich erinnere mich an diese Treffen: Was würden die Franzosen sagen, die Belgier, was würden die Russen sagen, wenn wir nur die Juden erwähnten? Einer der Anwesenden schaute mir ins Gesicht: „Mr. Karski, können Sie uns versichern, daß Ihr eigenes Volk so etwas nicht ablehnen würde?“ Aber am wichtigsten erschien, was die Russen sagen würden, da die doch allein kämpfen mussten und enorme Verluste hatten. Was würde Stalin sagen, wenn er so eine Deklaration läse? Die Juden verlangten, daß die Alliierten Deutschland mit Millionen Flugblättern überschütteten, um die Menschen zu informieren, was ihre Regierung tat.[17] Vielleicht, so meinten sie, hätte so etwas einen gewissen Effekt auf das deutsche Volk. Wir tun bereits mehr, als die Juden verlangen! Wir werfen Bomben ab, denn mit Flugblättern gewinnt man keinen Krieg. Das war ihre Antwort.

Im Februar 1943 wurde ich von Anthony Eden empfangen. Als ich anfing, über die Juden zu sprechen, unterbrach er mich sehr höflich. Er sagte, und ich zitiere es wörtlich: „Karskis Bericht hat uns bereits vorgelegen, die Sache geht ihren ordnungsgemäßen Weg“. Dann stellte er mir viele Fragen, von denen aber keine die Juden betraf. In London begegnete ich Lord Selborne  mehrfach, der für Kontakte und Unterstützung für alle europäischen Anti-Nazi-Organisationen verantwortlich war – ein mächtiger Mann. Er entschied weltweit, welche Organisation in welchem Land unterstützt werden sollte. Welche Geld bekommen und welche übersehen werden sollten. Er war sympathisch und hilfreich bei meinen Kontakten. Aber sobald ich erwähnte, daß die Juden Geld brauchten, um sich zu verbergen und um Nazi-Beamte zu bestechen, damit diese manche Juden frei ließen, da wurde Lord Selborne ablehnend: Derartige Aktionen könne man vielleicht im Krieg geheim halten, aber nach dem Krieg käme doch alles heraus, und was würden dann unsere Menschen sagen, wenn sie erführen, daß wir Hitler mit unserem Geld finanziert hätten, mit welchem er Rohstoffe von neutralen Ländern kaufen konnte. Ich werde nie erlauben, daß das geschieht – sagte Lord Selborne.

(Anmerkung des Übersetzers: In der Diskussion nach seinem Vortrag wurde Karski gefragt, welche Begegnungen er in London mit jüdischen Führern gehabt und was er ihnen berichtet habe. Karksi beantwortete die Frage rückhaltlos, und aus Gründen inhaltlicher Kontinuität wird die Antwort in dieser Übersetzung hier eingefügt). Es ist schmerzlich, aber ich sage es Ihnen. Leon Fajner, der Führer des sozialistischen „Bunds“ während des Kriegs, lebte auf der sog. „arischen Seite“, also nicht im Ghetto. Er gab mir eine Botschaft für seine Partner Szmul Zygielbojm und für Dr. Schwarz­bart, der in der polnischen Regierung die Zionisten vertrat, in London mit. Dabei sagt er mir: „Teilen Sie Zygielbojm mit, er soll damit aufhören, uns Botschaften zu senden, er tue, was er könne. Das ist doch offenkundig nicht genug. Wir sterben hier. Die jüdischen Führer, wo immer sie sind, sollen zu den Alliierten gehen, in Amerika, in Eng­land, sie sollen dort mehr Einsatz fordern, Hilfe, sie sollen auf der Straße warten, bis sie Einsatz bekommen. Sie sollen Nahrung, Wasser zurückweisen, sie sollen sogar sterben – die Juden brauchen gar keine Führer. Aber vielleicht wird deren Tod das Gewissen der Welt erschüttern“. Ich traf Schwarzbart und Zygielbojm Anfang Dezember 1942, ein paar Tage nach meiner Ankunft in London. Schwarzbart war ein ausgewogener Mann, würdevoll und maßvoll, korrekt im Gespräch. Zygielbojm war ganz außer sich, er hat mich auch nicht gut aufgenommen. Ich erinnere mich, daß ich in sein Büro kam, er schaute mich an und sagte unfreundlich: „Sie sind kein Jude“. Ich bestätigte, daß ich kein Jude wäre. „Und warum schicken die dann Sie zu mir?“ „Ich weiß es nicht, vermutlich haben sie keinen Besseren“. „Zeigen Sie mir Ihre Hände!“ Ich zeigte ihm meine Hände – als ich von der Gestapo gequält worden war, damals in der Slowakei, hatte ich versucht, meine Adern aufzuschneiden. Und ich sagte ihm: „Sir, wenn sie irgendwelche Zweifel haben, dann fragen Sie bitte im Amt des Premierministers nach, dort wird man Ihnen alle Informationen über mich geben, soweit diese Sie betreffen“. „Also, sagen Sie mir, was Sie wollen und was Sie mir sagen sollen“. Ich berichtete, was ich zu berichten hatte, und als ich zu den Sätzen kam, daß die jüdischen Führer in die Ämter gehen sollten, daß sie Nahrung und Wasser ablehnen sollten usw., da sprang er auf, lief umher und schrie: „Irrsinn, Irrsinn, die Welt ist verrückt, Sie sagen mir, die wollen mich sterben lassen – bevor das geschieht, haben zwei Polizisten mich geschnappt und in die Psychiatrie gesteckt. Irrsinn!“ Er war ganz außer sich. Später sah ich ihn noch ein-, zweimal, und ich beschwerte mich ein bißchen bei Mikołajczyk: Alle Welt bekundet mir Respekt, nur Herr Zygielbojm nicht. Mikołajczyk antwortete mir: „Vergiß ihn! Der ist für jeden von uns eine Last am Hals, aber er ist Jude und seine ganze Familie ist in Polen, er ist von allem dem mehr mitgenommen als wir alle“. Und dann kam der Mai 1943. Ich machte die New York Times auf (bevor mir noch jemand etwas telefonisch mitteilen konnte) und lese, daß das Mitglied des Polnischen Nationalrats, Szmul Zygielbojm, Selbstmord begangen hat. Er habe einen Abschiedsbrief hinterlassen, aber den habe die Polizei bereits konfisziert. Der Brief war an den Präsidenten der Republik Polen gerichtet und zeigte einmal mehr, daß Zygielbojm im Grunde ein Märtyrer war. Gott sagt: Liebe deinen Nächsten mehr als dich selber – er liebte sein Volk mehr als sich selber. Aber politisch war er nicht gut orientiert, sonst hätte er nicht seinen Brief an den Präsidenten der Exilregierung geschickt, den er für machtvoll und einflussreich ansah. In dieser Zeit hatte Stalin die Beziehungen zur polnischen Regierung abge­brochen, und der polnische Präsident Raczkiewicz war nur noch ein Mann mit einem fremden Namen, den kaum jemand aussprechen konnte. Irgendeine Bedeutung hatte er nicht mehr. Und an ihn schickt Zygielbojm seinen Brief – anstatt an Churchill, Roosevelt oder sonst jemanden. Zygielbojm war so auf die Juden in Polen konzentriert, daß er andere Umstände gar nicht recht wahrnahm.

Als ich nach Washington kam, organisierte der polnische Botschafter Jan Czechanowski Treffen für mich mit den Erzbischöfen Stritch, Spellmann[21]und Mooney[22], dazu noch mit dem apostolischen Gesandten, Kardinal Giacomo Cicognani. Alle waren sie sehr freundlich zu mir, aber sie interessierten sich nahezu ausschließlich für die Lage der katholischen Kirche, Verluste unter der Priesterschaft und den Glauben der katholischen Bevölkerung in Polen: Würde der Glaube schwach werden? Felix Frankfurter  Richter am Obersten Gericht der USA, geboren in einer jüdischen Familie in Ostia, bat mich, ihm alles zu erzählen, was ich über die Juden wüsste. Ihn interessierte nichts anderes, und 20, 25 Minuten sprach ich nur über die Juden – was ich im Ghetto gesehen hatte, im Lager. Er fragte mich nach einigen technischen Details – wie ich ins Ghetto gekommen wäre, wie hoch die Mauer um das Warschauer Ghetto war etc. –, und ich erinnere mich an jedes Wort, an jede Geste von Richter Frankfurter während dieser Unterhaltung. Nach 20, 25 Minuten fiel mir nichts mehr ein. So hörte ich auf, und für einige Momente breitete sich ein verlegenes Schweigen aus. Dann stand Richter Frankfurter auf und begann umher zu laufen, immer vor mir her. Links von mir saß der polnische Botschafter Czechanowski. Frankfurter setzte sich wieder hin und sagte (ich erinnere mich an jedes Wort und jede Geste, denn ein bißchen bombastisch war er schon): „Mr. Karski, jemand wie ich, der zu jemandem wie Ihnen spricht, muß ganz offen sein. So sage ich, ich kann nicht glauben, was Sie mir erzählt haben“. Darauf sprang der Botschafter, der ein persönlicher Freund des Richters war, in die Höhe: „Felix, Sie können ihm doch nicht ins Gesicht sagen, daß er lügt. Das meinen Sie doch nicht. Meine Autorität und die meiner Regierung stehen hinter ihm“. Richter Frankfurter: „Herr Botschafter, ich habe nicht gesagt, daß dieser junge Mann lügt. Ich sagte, ich sei unfähig zu glauben, was er mir erzählt hat“. Und er streckte seine Arme in meine Richtung und sagte dabei: „Nein, nein!“ Ich weiß noch, daß ich später den Botschafter fragte: „Sagen Sie, war das eine Komödie? Oder hat er mir wirklich nicht geglaubt?“ Ich erinnere mich, daß der Botschafter mir sagte: „Jan, ich weiß es nicht, ich weiß es wirklich nicht. Aber du musst dir vergegenwärtigen, daß du in der Tat unglaubliche Dinge berichtest“.

Am 28. Juli 1943 wurden der Botschafter und ich im Weißen Haus empfangen. Ich war mir bewusst, und der Botschafter hatte mich entsprechend instruiert, möglichst präzise und knapp sein zu müssen. Wir hatten ja keine Ahnung, wie viel von seiner Zeit Präsident Roosevelt mir widmen würde. Als ich über die Juden sprach, begrenzte ich das Thema auf ein kurzes Statement: „Herr Präsident, es muß ein Unterschied gemacht werden zwischen der Weise, in welcher die Deutschen mein Volk behandeln, und der, wie sie die Juden behandeln. Bei uns Polen vernichten sie unsere politische, kulturelle und soziale Elite, sie zwingen die Polen zu harter Arbeit, sie verweigern den Polen Bildung, sie wollen aus den Polen ein Volk gehorsamer Sklaven machen. Was aber die Juden betrifft, so wollen sie alle von diesen umbringen“.

Ich war enttäuscht, weil der Präsident nicht auf Ausführlichkeit bestand. Aber vielleicht habe ich mich geirrt. Viele Jahre nach dem Krieg erklärte auf einer Pressekonferenz ein früherer Direktor vom Amt für Kriegsflüchtlinge, John Paily – der mittlerweile ein sehr alter Mann ist, aber noch in Washington lebt –, daß (ich zitiere) „Karskis Mission an Roosevelt hatte Erfolg, die Politik der Vereinigten Staaten wurde geändert. Der Präsident ordnete die sofortige Schaffung des Amts für Kriegsflüchtlinge an. Karskis Mission änderte die Politik der US-Regierung von der (im besten Falle) Indifferenz zur zielstrebigen Aktivität“. So lautete die Erklärung vom 21. Oktober 1981. Ich habe diesen Herrn nie getroffen: Hatte er die Wahrheit gesagt, oder war es eine Höflichkeit gegenüber Karski? Ich weiß es nicht.

(Bemerkung des Übersetzers: In der kurzen Diskussion nach Karskis Bericht wurde er auch zu den Motiven seiner Mission und zu seinen Begegnungen mit Claude Lanz­mann, dem Autor des „Shoah“-Films, befragt. Da seine Antworten darauf gewissermaßen die Abrundung seines Berichts darstellten, sollen sie abschließend folgen): Für 35 Jahre verfiel ich in ein Schweigen. Die Gründe waren dieselben wie die der jüdischen Überlebenden, die ebenfalls nahezu alle schwiegen. Wir konnten uns nicht mitteilen. Die ersten Bücher, Filme, TV-Stücke, Dramen etc., die den Holocaust zum Thema hatten, dazu die Erinnerungen von Juden usw. kamen erst in den 1970er Jahren heraus. Davor wollten jüdische Überlebende solche Dinge nicht schreiben. Ich war in derselben Lage. Wir wollten vergessen, die ganze Erniedrigung, Schmach, den Schmutz, die Gemeinheit. Wir wollten endlich normal leben, jeder von uns fand sich in einer wunderlich fremden Welt wieder. Die meisten von uns mussten neue Berufe finden, neue Sprachen erlernen, vor allem aber ein normales Leben beginnen. Ich hatte in Polen zwei Magistergrade erworben, die in Amerika nicht anerkannt wurden. Also musste ich wieder studieren und meine Promotion hinter mich bringen[26], alles wie ein normaler amerikanischer Junge von 18 Jahren. Ich fing mit 35 Jahren von vorn an. In einer solchen Lage wollten wir, die jüdischen Überlebenden und ich, vor unseren Erinnerungen nur noch flüchten. Zumal ich mir die Aufgabe, ein Kurier der Juden zu sein, nicht freiwillig ausgesucht hatte. Ich bin nicht zu ihnen gegangen – sie haben mich gefunden. Ich war einfach da, und sie hatten keinen anderen oder besseren. Ich habe mein Bestes getan, aber viel Glück hatten sie mit mir nicht. Für die Polen war ich in Ordnung, für sie tat ich ein gutes Werk: Ich kannte Sprachen, kannte Europa, war im polnischen diplomatischen Dienst. Aber für die Enormität der jüdischen Tragödie hätte man jemanden gebraucht, der besser und stärker als ich war. Nein, ich habe nichts Gutes getan. Die Juden hatten kein Glück mit mir. Ich sage das hier öffentlich, obwohl sie mich loben und loben, bis in den höchsten Himmel. Was Lanzmann betrifft, so erinnere ich mich, daß ich 1976 oder 1977 mehrere Briefe aus Paris bekam. Von Monsieur Claude Lanzmann: Er habe von mir erfahren, meine Adresse aufgespürt – er mache einen Film, der nicht so wie andere Filme sein werde. Es werde der großartigste Film werden, der jemals über die Juden gemacht worden ist. Schauspieler und Hollywood-Stars werde es nicht geben, nur Interviews mit drei Kategorien von Menschen. Erstens mit deutschen Verbrechern, wenn sie denn noch lebten und er sie finden könne. Zweitens mit jüdischen KZ-Überlebenden, an denen er besonders interessiert war. Und drittens mit jüdischen Zeugen, zu denen er auch mich zählte. Ich würde in seinem Film auftreten und er wolle mich interviewen. Ich habe das in mehreren Briefen abgelehnt: Monsieur Lanzmann, ich mache bei Ihrem Film nicht mit. Ich habe mit der Sache abgeschlossen, lassen Sie mich in Ruhe! Dann schrieb er mir, er käme nach Washington, wolle mich sehen und hoffe, ich werde ihn nicht zurückweisen. Das konnte ich nicht ablehnen, also willigte ich in das Treffen ein. Dann erschien er, mit fünf Mann Begleitung, Kameras usw., und jetzt wolle er seinen Film machen, mit mir und anderen. Unter den anderen war auch Paily, dessen Namen ich bei dieser Gelegenheit erstmalig hörte. Ich widersprach und widersprach, aber sein letztes Argument war: „Professor Karski, schauen Sie in den Spiegel. Sie sind alt, Sie werden bald sterben – es ist Ihre Pflicht, mir zu helfen. Sie werden sehen, es wird der großartigste Film, der jemals über Juden gedreht wurde“. Er hat 350 Stunden Filmmaterial gedreht, aus denen er dann 9 Stunden und ein paar Minuten Endfassung fertigte. Und er war sich absolut sicher, es würde ein großartiger Film werden. Ich willigte also ein, und er filmte mich zwei Tage lang, jeden Tag vier Stunden – von denen er dann um die 14 Minuten verwen­dete. Später wurde der Film in der ganzen Welt eine Sensation. Ich weiß, wie sehr der Film kritisiert wurde, vor allem von Polen, aber ich habe nur eine Sache zu sagen: Das ist der großartigste Film, der jemals über den Holocaust an den Juden im Krieg gedreht worden ist – was Lanzmann mir von Anfang an versichert hatte.

(Übersetzung aus dem Englischen und Kommentare von Wolf Oschlies)

Autor: Wolf Oschlies

Literatur

Benz, Wolfgang / Hermann Graml /Hermann Weiß: Enzyklopädie des Nationalsozialismus, München 1997.

Benz, Wigbert / Bernd Bredemeyer / Klaus Fieberg: Nationalsozialismus und Zweiter Weltkrieg. Beiträge, Materialien Dokumente. CD-Rom, Braunschweig 2004.

Gilbert, Martin: Auschwitz and the Allies: A Devastating Account of How the Allies Responded to the News of Hitler’s Mass Murder, New York 1990.

Gulla, Jacek: Świat wspomina Jana Karkiego (Die Welt erinnert sich an Jan Karski, http://www.kurierplus.com/issues/2000/k307/kp307-03.htm

Gutman, Israel / Eberhard Jäckel / Peter Longerich (Hrsg.): Enzyklopädie des Holocaust. Die Verfolgung und Ermordung der europäischen Juden. München 1998

Jankowski, Stanislaw / Thomas Wood: Jan Karski – Einer gegen den Holocaust. Als Kurier in geheimer Mission.Gießen 1997.

Kaufman, Michael, T.: Polish Officer and Diplomat Who brought the Holocaust to Light, in: The New York Times 14.7.2000

Lanzmann, Claude: Shoah, Düsseldorf 1986.

Anmerkungen

[1] Biographie nach Michael T. Kaufman: Polish Officer and Diplomat Who brought the Holocaust to Light, in: The New York Times 14.7.2000

[2] Jan Nowak-Jezioranski: Kierownictwo podziemia i rząd RP w Londynie w obliczu zagłady (Die Leitung des Untergrunds und die polnische Regierung in London angesichts der Vernichtung), in: Przegląd Polski 13.4.2001

[3] Claude Lanzmann: Shoah, Düsseldorf 1986,S. 223 ff.

[4] Jacek Gulla: Świat wspomina Jana Karkiego (Die Welt erinnert sich an Jan Karski, http://www.kurierplus.com/issues/2000/k307/kp307-03.htm (Seite nicht mehr abrufbar / Stand: 21. März 2015)

[5] 1875-1942, Rechtsanwalt und Politiker, Aktivist der „Arbeitspartei“ (SP), die 1937 durch eine Fusion mehrerer Parteien entstand. Die SP spielte eine große Rolle in der sog. „Delegatura“, d.h. dem gesamten Untergrunds- und Widerstandssystem, das die Londoner Exilregierung in Polen ab 1940 errichtet hatte. Ratajski war der erste Führer der „Delegatura“, bis er im August 1942 auf Betreiben politischer Gegner abgesetzt wurde.

[6] In anderem Zusammenhang hat Karski diese Treffen sehr ausführlich geschildert. Seine Gesprächspartner waren vermutlich der junge Menachem Kirszenbaum für die Zionisten und der ältere Leon Fajner für den „bund“, vgl. Zofia Lewin, Władysław Bartoszewski: Righteous among Nations, London 1969, S. 42 ff.

[7] Izbica Lubelska, Kleinstadt in der Nähe von Lublin, in der 1939 4.000 Juden lebten. Im Krieg wurden 2.500 Juden aus anderen polnischen Städten zwangsweise hier angesiedelt, die 1942 in Bełżec oder Sobibor getötet wurden.

[8] Major Jerzy Makowiecki leitete in dem erwähnte BIP bis zu seinem Tod am 13. April 1944 die große Informationsabteilung, die politische, ökonomische, soziale, ethnische etc. Informationen sammelte, um sie für die Publikationen des BIP und für Berichte an die Regierung in London zu nutzen.

[9] Widerszal, 1944 von polnischen Nationalisten ermordet, Herbst (1907-1973) und Wolyński (1902-1986) waren im BIP tätig, Wolyński als Verbindungsoffizier zum jüdischen Widerstand.

[10] 1901-1967, kehrte nach dem Krieg für wenige Jahre nach Polen zurück und emigrierte erneut 1947.

[11] *1936 in London, seit 1968 offizieller Churchill-Biograph. Das Buch „Auschwitz and the Allies“ erschien 1981.

[12] 1885-1947, übernahm anlässlich der Bildung der ersten polnischen Exilregierung in Frankreich den Posten des Staatspräsidenten am 30. September 1939

[13] 1901-1993, 1934-1945 Botschafter in London, 1941-1943 auch geschäftsführender Außenminister, 1979-1986 Präsident der noch bestehenden Exilregierung in London.

[14] Bei dem Geheimtreffen in Warschau hatte Leon Fajner fünf Punkte genannt: 1. Die Verhinderung der physischen Vernichtung der Juden soll zum offiziellen Kriegsziel der Anti-Hitler-Koalition erklärt werden. 2. Die alliierte Propaganda soll dazu genutzt werden, das deutsche Volk über die laufenden Kriegsverbrechen zu informieren, und es sollen die Namen von Deutschen genannt werden, die am Genozid beteiligt sind. 3. Die Alliierten sollen an das deutsche Volk appellieren, Druck auf das Hitler-Regime auszuüben, um das Morden zu stoppen. 4. Die Alliierten sollen erklären, daß – falls der Genozid fortgesetzt wird und die deutschen Massen sich nicht zu dessen Beendigung erheben – das deutsche als kollektiv verantwortlich dafür angesehen wird. 5. Sollten alle diese Vorhaben keinen Effekt haben, dann sollen die Alliierten Repressionen anwenden in Form von Bombardements auf deutsche Kulturstätten und Erschießung von deutschen Kriegsgefangenen, die auch dann noch loyal zu Hitler hielten, nachdem sie von den Verbrechen erfahren hatten.

[15] Der Begriff wurde von dem britischen Journalisten Sefton Delmer (1904-1979) geprägt, der ihn in seinen Memoiren so erläuterte: „In meinen Augen waren alle diese Versuche, die Deutschen durch Aufrufe und Kritik zum Aufstand gegen Hitler zu bekehren, eine Verschwendung von Atem und elektrischem Strom. (…) Wer in dem damaligen Stadium des Krieges die Deutschen zu hitlerfeindlichen Gedanken und Handlungen veranlassen wollte, musste sich des Mittels der Irreführung bedienen. (…) In Analogie zur Begriffen wie ’schwarze Magie‘, ’schwarze Messe‘ oder ’schwarzer Markt‘ nannten meine Freunde und ich diese neue psychologische Angriffsmethode ’schwarze Propaganda’“ (Sefton Delmer: Die Deutschen und ich, Hamburg 1963, S. 445).

[16] 1886-1946, weltberühmter Autor von Science-Fiction-Romanen.

[17] Bei dem Warschauer Treffen hatte Kirszenbaum gesagt: „Deutschland ist nur durch Macht und Gewalt zu beeindrucken. Die Städte Deutschland sollten gnadenlos bombardiert werden, und bei jedem Bombenangriff sollten Flugblätter abgeworfen werden, die die Deutschen detailliert über das Schicksal der polnischen Juden informieren, und wir sollten dem ganzen deutschen Volk ein ähnlichen Schicksal im Krieg und danach androhen“.

[18] Minister für „Economic Warfare“.

[19] Wegen der von deutschen Truppen im April 1943 in Katyn (bei Smolensk) entdeckten Massengräber von über 4.000 polnischen Offizieren, die von Sowjets im März und April 1940 erschossen worden waren. Hitlers Propaganda weidete den Fund mit internationalem Echo gegen die sowjetische Seite aus, die einige Jahre später versuchte, beim Nürnberger Prozeß dieses Verbrechen den Deutschen anzulasten.

[20] Samuel Alphonsus Stritch (1887-1958), Erzbischof von Chicago.

[21] Francis Joseph Spellmann (1889-197), Erzbischof von New York.

[22] Edward Francis Mooney (1882-1958), Erzbischof von Detroit.

[23] Das offizielle Verzeichnis des Vatikans nennt zwei Kardinäle mit diesem Namen, die aber beide andere Vornamen hatten: Gaetano Cicognani (1881-1962) und Ameleto Giovanni Cicognani (1883-1973).

[24] Geboren 1882 in Wien (nicht in Ostia, wie sich Karski erinnerte), 1894 mit seinen jüdischen Eltern in die USA ausgewandert, 1939 Richter am Supreme Court, gestorben 1965 in Washington.

[25] As more and more reports of mass killings of Europe’s Jews are publicized in 1943 and early 1944, the United States government comes under increasing pressure to heighten rescue efforts in Europe. On January 13, 1944, a memo from the Treasury Department rebukes the State Department for its relative inaction regarding rescue efforts. U.S. President Franklin D. Roosevelt is urged to establish a government commission to coordinate the rescue of Europe’s Jews. On January 22, 1944, Roosevelt signs Executive Order 9417, establishing the War Refugee Board. The Board is committed to enforcing the policies of the U.S. government regarding the rescue and relief of victims of persecution. This includes the establishment of safe havens, evacuation of endangered people from Nazi-occupied territories, and delivery of relief supplies into concentration camps. American diplomats in Europe are instructed to enforce all policies set forth in the Executive Order. By the end of the war, the Board will have aided in the rescue of about 200,000 Jews. (http://www.ushmm.org/outreach/en/article.php?ModuleId=10007749)

[26] Karski begann 1949 ein Studium an der „School of Foreign Service“ in Georgetown, das er nach knapp drei Jahren mit dem Grad eines PhD abschloß. 1954 wurde er US-Bürger.


Fra tutti i corrieri che tenevano i collegamenti fra il paese sotto occupazione e gli organi ufficiali del governo in esilio va ricordato Jan Karski, non tanto per le sue rocambolesche avventure mentre svolgeva le missioni quanto per la massima importanza di quest’ultime.

Jan Karski (in realtà Jan Romuald Kozielewski) nato nel 1914 a Łódź, laureato in giurisprudenza e diplomazia all’Università „Jan Kazimierz“ di Leopoli, dal 1939 fu impiegato al Ministero degli Affari Esteri. Fin dai primi giorni dell’occupazione si era impegnato nell’attività cospirativa sia come emissario diplomatico dello ZWZ (Unione della Lotta Armata) per i contatti con la Gran Bretagna gli Stati Uniti, sia come autore dei rapporti sulla sorte degli Ebrei. Il primo rapporto, steso già alla fine del 1939, venne trasmesso al governo polacco in esilio in Francia nel gennaio 1941. Nei successivi 1941-1942 raccolse materiali per il nuovo rapporto, anche in prima persona, infiltrandosi nel ghetto di Varsavia e nel campo di Izbica Lubelska.

Nell’autunno del 1942, su ordine di Cyryl Ratajski, Delegato del Governo polacco in esilio, partì in missione per informare gli Alleati occidentali di ciò che stava accadendo in Polonia, dello sterminio degli Ebrei. A Londra, sulla base dei materiali portati da Karski e delle sue testimonianze venne elaborato un memorandum (la cosiddetta Nota di Raczyński, dal cognome del Ministro degli Affari Esteri) con cui si informava gli stati occidentali dell’Olocausto e si chiedeva di intervenire e prestare aiuto. La Nota, pubblicata anche sotto forma di opuscolo (The mass extermination of Jews in German occupied Poland. Note addressed to the Governments of the United Nations on December 10th 1942) ebbe una larga risonanza ma, purtroppo, non produsse effetti pratici sperati.

Una simile indifferenza incontrarono i tentativi di Karski di interessare le élites americane della sorte degli Ebrei polacchi (fra l’altro nel luglio del 1943, durante l’incontro con il presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt). Nonostante fossero arrivate informazioni sull’Olocausto anche da altre fonti di informazione, la relazione di Karski oltre a suscitare spesso diffidenza fu trattata come un gesto propagandistico del governo polacco.

Di enorme valore informativo fu il libro di Karski diventato best seller (400 mila copie) The Story of Secret State (Storia di uno Stato segreto) pubblicato a Boston nel 1944, che finalmente riuscì a sensibilizzare l’Occidente rispetto alle sofferenze e alla disperata lotta dei Polacchi e degli Ebrei.
Finita la guerra, Karski rimase negli Stati Uniti dove insegnava all’Università di Georgetown di Washington. Nel 1982 venne riconosciuto Giusto fra le Nazioni e nel 1994 gli venne concessa la cittadinanza onoraria di Israele. Morì il 13 luglio 2000 a Washington. Nel 1913 il Parlamento della Repubblica di Polonia ha proclamato il 2014 Anno di Jan Karski.


 

En 1977, Claude Lanzmann et son équipe ont retrouvé le résistant polonais Jan Karski. Fin 1978, après plus de trente années de silence, Karski accepte d’être filmé à son domicile pendant deux jours. Dans Shoah (1985), Claude Lanzmann octroie trente-neuf minutes à ce témoignageEn 2010, le réalisateur a repris l’entretien original pour réaliser un nouveau film, Le Rapport Karski, diffusé sur la chaîne franco-allemande Arte. À vingt-cinq ans d’intervalle, Shoah et Le Rapport Karski ont été perçus comme des documentaires, c’est-à-dire comme des films donnant un accès le plus direct possible aux paroles des témoins. Si, dans les deux cas, le réalisateur affirme son souhait de transmettre la «vérité», tant les propos qu’il a tenus au sujet de ses films que les choix visuels qu’il a effectués diffèrent. Il apparaît ainsi que la transmission de la vérité à laquelle aspire le réalisateur prend des formes distinctes selon le contexte de réalisation et questionne ainsi plus généralement la part de la médiation dans la réalisation d’un film dit documentaire.

En 1977, alors qu’ils réalisaient le film Shoah, Claude Lanzmann et son équipe ont retrouvé le résistant polonais Jan Karski. Fin 19781, après plus de trente années de silence, Karski accepte d’être filmé à son domicile pendant deux jours (fig. 1). L’entretien porte sur son activité d’agent de liaison entre l’Armée de l’intérieur – l’Armia Krajowa – et le gouvernement polonais en exil2; Karski raconte sa rencontre avec deux leaders juifs, à la demande desquels il s’est rendu dans le ghetto de Varsovie, puis dans un camp qu’il croyait être celui de Belzec3. Il évoque ensuite la manière dont il a transmis les informations en sa possession aux dirigeants des pays alliés et notamment au Président Franklin Delano Roosevelt le 28 juillet 19434. En 1985, Claude Lanzmann octroie 39 minutes5 – des plus de 9 heures que dure Shoah – à ce témoignage. Dans ce film choral qui donne la parole à des Juifs persécutés, des Allemands persécuteurs et des témoins polonais, Karski est le seul Polonais catholique à parler longuement de l’aide qu’ils ont apporté aux Juifs. En 2010, Claude Lanzmann reprend l’entretien original pour réaliser un autre film, Le Rapport Karski (52 min), diffusé le 17 mars sur la chaîne franco-allemande Arte.

  • 6 Yannick Haenel, Jan Karski, roman, Paris, Gallimard, 2009. À ce titre, on peut lire l’article suiva (…)
  • 7 .Haenel indique dans l’incipit de son ouvrage : « […] les scènes, les phrases et les pensées [attri (…)

2Entre janvier et avril 2010, une controverse oppose le réalisateur à Yannick Haenel, auteur du roman intitulé Jan Karski6. C’est moins le sujet du livre que sa structure tripartite et le point de vue défendu par son auteur que Claude Lanzmann juge problématiques. Dans la première partie, le romancier reprend et s’approprie le témoignage du courrier de la résistance polonaise tel que présenté dans Shoah. Dans la deuxième partie, il prend comme fil conducteur l’autobiographie de Karski, publiée pendant la Seconde Guerre mondiale. Enfin, dans la troisième partie, Haenel prête au résistant polonais ses propres idées. C’est la description romancée du rapport oral de Karski auprès de Roosevelt qui a cristallisé la polémique. Claude Lanzmann reproche à l’auteur la désinvolture de son style et conteste la responsabilité attribuée au président américain dans la destruction des Juifs d’Europe; l’ouvrage en général et cette description en particulier lui apparaissent anachroniques et irrespectueux des faits passés et des acteurs de l’histoire. Deux visions de la transmission du témoignage de Karski s’opposent alors. Pour Lanzmann, seuls les propos recueillis auprès du témoin en 1978 permettent d’établir la vérité. Haenel insiste au contraire sur la liberté d’interprétation liée à l’écriture d’une fiction7. La polémique porte ainsi, de manière assez classique, sur le rapport à la vérité qu’entretiennent le documentaire et la fiction.

3Pour «rétablir la vérité», Claude Lanzmann réalise donc Le Rapport Karski à partirdes entretiens avec le résistant polonais enregistrés en 1978. À vingt-cinq ans d’intervalle, Shoahet Le Rapport Karski ont été perçus comme des documentaires, c’est-à-dire (suivant le sens commun) comme des films donnant un accès le plus direct possible aux paroles des témoins. Si, dans les deux cas, le réalisateur affirme son souhait de transmettre la «vérité», tant les propos qu’il a tenus au sujet de ses films que les choix visuels qu’il a effectués diffèrent. Il apparaît donc que la transmission de la vérité à laquelle aspire le réalisateur prend des formes distinctes selon le contexte de réalisation et questionne ainsi plus généralement la part de la médiation dans la réalisation d’un film dit documentaire.


Jan Karski dans Shoah

. Lanzmann, “Le lieu et la parole”, in Michel Deguy (dir.), Au sujet de Shoah, Paris, Belin, 1990, (…)

4Au terme documentaire, Claude Lanzmann et son équipe préfèrent l’expression «fiction du réel8» pour qualifier le film Shoah. Lanzmann a toujours insisté sur le fait que, dans Shoah, la vérité tient plus à l’architecture globale du film qu’à un témoignage en particulier. Dans Les Cahiers du cinéma de juillet-août 1985, il explique alors

«Il y avait des exigences de contenu (des choses capitales que je tenais à dire) et des exigences de forme, d’architecture, qui font qu’il a cette durée-là. […] il y a des choses magnifiques [qui n’ont pas été montées]. Ça m’a arraché le cœur de ne pas les inclure, et en même temps pas tellement: le film a pris sa forme pendant que je le faisais, et une forme dessine en creux tout ce qui va suivre: même si c’était des choses très importantes, ce n’était pas une trop grande souffrance de les abandonner puisque c’était l’architecture générale qui commandait9

  • 10 Courriers électroniques de Ziva Postec des 25 et 27 mars 2010.

L’entretien avec Jan Karski a été monté à la fin de l’année 198410. La séquence réalisée pour le film porte sur deux des thèmes abordés le premier jour de l’entretien: la rencontre de Karski avec les leaders juifs polonais et sa «visite» du ghetto de Varsovie. Cette séquence permet à la fois d’introduire le thème du ghetto et de développer l’idée que les Juifs ont résisté à la Solution finale. Elle permet également le passage entre la représentation de l’espace du camp d’extermination d’Auschwitz-Birkenau, au sein duquel toute tentative de soulèvement était vaine (le récit de Rudolf Vrba), et celle du ghetto de Varsovie, qui est symboliquement le lieu de l’insurrection des Juifs polonais (sur laquelle se termine le film). Ziva Postec, la monteuse de Shoah, s’en explique ainsi:

  • 11 Ibid.

«La raison de ce choix a été pour nous de montrer que l’anéantissement des Juifs s’est passé aux mêmes moments dans les camps et dans les ghettos à la différence de ce que pensent la majorité des gens (que les ghettos survenaient avant les camps11).»

7La parole de Karski participe donc d’un tout et renforce la structure d’ensemble de Shoah. Suite à un accord passé en 1978, Karski ne pouvait consentir de témoignage filmé avant la sortie en salle de Shoah. Après quelques années, en 1982, le résistant s’impatiente. Lanzmann lui écrit alors une lettre dont il a récemment livré le contenu dans son ouvrage Le Lièvre de Patagonie:

  • 12 C. Lanzmann, Le Lièvre de Patagonie, Mémoires, Paris, Gallimard, 2009, p. 512-513.

«Cher Karski, écrivais-je, cinq heures du film sont prêtes, c’est-à-dire plus de la moitié. De l’aveu de tous, elles sont très bonnes, et vous n’êtes pas encore là. Selon les calculs les plus honnêtes auxquels je puisse actuellement me livrer, j’ai planifié que vous n’apparaîtriez que dans deux heures trente-sept minutes vingt-deux secondes. […] J’ajoute aussi que votre rôle sera long et d’une importance décisive pour le film et pour l’histoire. […] Je me rends compte qu’il a besoin de tous ses protagonistes, mais qu’il peut en même temps se passer de chacun. C’est sans doute le propre des grandes œuvres12

  • 13 « Vous trouverez ci-joint les photocopies de deux lettres qui ont été écrites sur mon travail par R (…)

9Si la version originale de cette lettre conservée dans les archives de E. Thomas Wood – le biographe américain de Jan Karski – diffère sensiblement des souvenirs du réalisateur, l’idée est la même : Shoah aurait pu se faire sans le témoignage de Karski. En 1982 comme en 2010, cette liberté dans le choix des témoins est essentiel pour Lanzmann13.

Shoah: une fiction du réel

Le témoignage de Jan Karski monté dans Shoah est construit suivant le principe d’une alternance visuelle entre des plans du résistant et des vues filmées sur les lieux de l’extermination des Juifs d’Europe, ainsi qu’aux États-Unis. Pendant les premières minutes, la caméra passe du visage de Karski à une vue prise depuis une fenêtre montrant la statue de la Liberté. L’analyse précise de cette séquence et du contexte de réalisation du film permet de constater qu’il s’agit de deux plans distincts, tournés dans des lieux différents (fig. 2 et 3).

Lanzmann a filmé Karski à Washington et non pas à New York. L’impression qu’il existe une continuité visuelle entre le plan de l’entretien et les vues extérieures est créée par un effet de montage. Le plan suivant la présentation de Karski dans son salon est une vue de la pointe sud de Manhattan, tournée depuis Brooklyn Heights, et quelques secondes plus tard, un zoom arrière portant sur un drapeau américain accroché à la façade de la Maison-Blanche a été filmé depuis Pennsylvania Avenue, à Washington. L’espace représenté n’est donc pas celui de l’entretien, mais bien celui dont parle Jan Karski. Plus précisément, il s’agit d’une représentation métonymique du territoire américain à travers ses symboles. Montrer, en moins d’une minute, la statue de la Liberté, les gratte-ciel new-
yorkais, puis le drapeau américain et la Maison-Blanche relève d’une volonté de présenter les États-Unis comme un pays démocratique, où s’exercent les pouvoirs économiques et politiques. La composition du film repose donc sur un dialogue construit entre sons et images, celles-ci ne donnant jamais exactement à voir ce qui est dit par les témoins.

  • 14 C. Lanzmann, Shoah, Paris, Gallimard, coll. “Folio”, 1997 (1re édition Fayard, 1985), p. 239.

12Les premiers mots du résistant témoignent du même type de montage (fig. 4 à 7). Dans le premier plan, Karski s’exprime ainsi: «Maintenant… Maintenant je retourne en arrière… trente-cinq ans… Non, je ne retourne pas… Vous savez, en fait, non…» (fig. 4); puis il continue dans le deuxième: «Je suis prêt… Au milieu de l’année 1942, je décidai de reprendre ma mission d’agent entre la Résistance polonaise et le gouvernement en exil, à Londres. Les leaders juifs à Varsovie en furent avertis. Une rencontre fut organisée, hors du ghetto. Ils étaient deux. Ils n’habitaient pas le ghetto. Chacun se présenta: responsable du Bund, responsable sioniste» (fig. 5 et 6). Enfin, dans le troisième plan, Karski s’interroge: «Maintenant, comment vous raconter14? (fig. 7

13La bande-son et la bande-image ont été synchronisées dans le premier et troisième plans. En revanche, le deuxième relève d’un travail de montage qui montre une vue éloignée du salon dans lequel se déroule l’entretien. Le plan est d’abord silencieux, puis la voix de Karski se fait de nouveau entendre (fig. 5 et 6). Le spectateur est dès lors amené à penser qu’après avoir marché dans un couloir, Karski a repris son témoignage. En fait, cette vue est un plan de coupe et la bande-son du film est composée de différents extraits de l’enregistrement de 1978. À partir de la transcription de l’entretien original conservé aux archives du musée Mémorial de l’Holocauste à Washington, dix fragments – provenant des pages une, sept, huit et neuf – ont été identifiés pour ce seul passage. L’ordre chronologique de ces fragments n’a pas été respecté non plus: «(1) Je suis prêt… // (2) Au milieu de l’année 1942, je décidai de reprendre ma mission d’agent // (3) entre la Résistance polonaise et le gouvernement en exil, // (4) à Londres. // (5) Les leaders juifs à Varsovie en furent avertis. // (6) Une rencontre fut organisée, // (7) hors du ghetto. // (8) Ils étaient deux. // (9) Ils n’habitaient pas le ghetto. // (10) Chacun se présenta: responsable du Bund, responsable sioniste15

14Le troisième segment de ce passage, «entre la Résistance polonaise et le gouvernement polonais en exil» (between the Polish underground and the Polish Government in exile), est composé de trois parties distinctes. Ce découpage est visible à la première page de la transcription réalisée par l’équipe du film (voir fig. 8). Lors du montage, Ziva Postec soulignait régulièrement les mots qu’elle souhaitait intégrer au film, ici «entre» (between), «la résistance polonaise» (the Polish underground) et «et le gouvernement polonais en exil» (and the Polish Government in exile). Deux passages ont ainsi été supprimés: «la direction de différentes antennes» (the leadership of various segments of) et «et puis un messager entre les partis politiques, de temps en temps pour l’armée de l’intérieur, [et un] délégué du gouvernement» (and then a courier between political parties, from time to time the home army, delegate of the Government).

  • 16 Ziva Postec, séance du séminaire Pratiques historiennes des images animées de Christian Delage à l’ (…)

15Ziva Postec raconte le travail auquel elle s’est livrée avec les images et les mots des entretiens filmés: «J’ai fait de la dentelle, c’est-à-dire que j’ai reconstitué ce que les gens disaient très longuement. Je l’ai raccourci et j’ai remonté la phrase. […] Justement je disais qu’il faut manipuler, pour dire la vérité, et c’était ma préoccupation. […] c’est une façon de lier l’image et le son. De juxtaposer le son à l’image16.» Comme Claude Lanzmann l’a expliqué lui-même, Shoah n’est pas un accès direct au témoignage, mais un récit visuel élaboré.

Le Rapport Karski: 

16Diffusé en 2010, Le Rapport Karski porte principalement sur la rencontre entre Franklin D. Roosevelt et Jan Karski en 1943 et sur la transmission des informations relatives à la destruction des Juifs d’Europe pendant la Seconde Guerre mondiale. Le réalisateur avait décrit ainsi les modalités de la rencontre à Karski le 7 juillet 1978:

  • 17 Lettre de Claude Lanzmann à Jan Karski, datée du 7 juillet 1978, p. 2 sur 3. Archive E. Thomas Wood (…)

«Point 6: Je voudrais avoir avec vous, devant la caméra, un genre de discussion philosophique sur le problème de la transmission d’une expérience: dans quelle mesure les gens croient-ils en votre rapport? Belzec ou Treblinka pouvaient-ils signifier ce qu’ils auraient dû auprès de gens vivants en paix à Washington ou à New York? Je me souviens ardemment par exemple, combien vous étiez profond et impressionnant, lorsque vous m’avez relaté votre rencontre avec Frankfurter17

  • 18 On utilise ici cette formule en référence au numéro 21 des Cahiers de l’IHTP dirigé par Danièle Vol (…)
  • 19 Annette Wieviorka, “Haenel : faux témoignage”, L’Histoire, janvier 2010, p. 30-31.

17Dans Le Rapport Karski, Lanzmann dit rétablir la vérité en présentant ces passagesignorés pour Shoah. Il explique que les paroles du messager sont données à voir et à entendre telles qu’il les a recueillies en 1978. Le film est présenté comme ayant une forme proche de celle des entretiens d’histoire orale menés avec les survivants du génocide. Tandis que dans Shoah la vérité advenait suite à un travail de médiation, par la construction d’une œuvre cinématographique, le réalisateur défend au sujet du Rapport Karski l’idée que la vérité sort de la bouche du témoin18. L’entretien filmé avec Jan Karski apparaît alors comme le seul à même de disqualifier «le faux témoignage19» de Yannick Haenel. Le 20 janvier 2010, Claude Lanzmann introduit la nouvelle diffusion de Shoah sur Arte ainsi:

«Un dernier mot. Un livre de Yannick Haenel qui revendique le statut de roman a récemment été consacré à Jan Karski, protagoniste majeur de la deuxième partie de Shoah. Or j’avais tourné avec Karski en 1978 tout ce que ce “roman” invente. Ce sera un nouveau film intitulé Le Rapport Karskiqui sera diffusé au mois de mars sur cette même chaîne. Le vrai Jan Karski rétablit lui-même la vérité.»

  • 20 Cette citation est issue de “Jan Karski de Yannick Haenel : un faux roman”, Les Temps Modernes, art (…)

18Si, pour le romancier, la transmission de l’histoire passe par la médiation littéraire, pour le réalisateur, la vérité historique provient des dires du témoin. Parallèlement, Lanzmann déclare dans l’introduction du numéro de janvier-mars 2010 de la revue Les Temps Modernes, qui reproduit l’intégralité des dialogues du nouveau film: «J’ai filmé tout cela [en 1978]: le texte qu’on va lire à la suite de cette introduction est la transcription de mes questions et des réponses de Karski20.» Enfin, dans l’incipit du film, il explique à nouveau que les propos de Karski doivent rétablir la vérité à son sujet:

«Quarante ans plus tard, en 1985, la sortie de mon film Shoah ressuscita Karski pour chacun de nous, l’inscrivant dans l’Histoire et dans l’Esprit objectif. […] Au cours de la deuxième journée de tournage, Karski a exposé devant ma caméra tous les détails de sa rencontre avec le Président Roosevelt. Pour des raisons proprement artistiques de tension dramatique, au point où j’en étais de la construction de mon film, parce que celui-ci auraitété trop long, parce que Karski lui-même se montrait, le deuxième jour, très différent de ce qu’il avait été le premier,j’avais choisi de laisser de côté ces passages. C’estpourtant une partie de ceux-là, en particulier la rencontre entreKarski et Roosevelt, que vous allez voir dans un instant.J’en ai décidé ainsi car il m’a semblé absolument nécessaire de rétablir la vérité.»

19Si un même entretien, réalisé en 1978, est utilisé pour Shoah et Le Rapport Karski, entre 1985 et 2010, Lanzmann a changé de point de vue sur le travail de réalisateur. Pendant cette période, il a également changé sa façon de monter la bande-image. En effet, les séquences du Rapport Karski semblent suivre le déroulement de l’entretien original, soutenant ainsi l’authenticité des propos. De plus, à la différence de Shoah, aucun plan extérieur, distinct de l’espace de l’entretien, n’a été utilisé au montage, accentuant l’impression d’une unité de temps et d’espace (fig. 9 et 10).

  • 21 C. Lanzmann, Shoah, op. cit., p. 255.

20Cependant, pour garantir cet effet d’authenticité, les neuf plans qui composent Le Rapport Karski ont fait l’objet d’un montage tout aussi élaboré que celui de Shoah. Le premier plan reprend les mots prononcés par Karski dans Shoah, «J’ai fait mon rapport21.» Le deuxième est un texte écrit dont les mots défilant à l’écran sont lus par le réalisateur, comme une explication du film, guidant le spectateur dans son interprétation de l’entretien à venir. La conversation entre le réalisateur et le résistant débute au troisième plan, mais son contenu est-il identique à l’enregistrement filmé de 1978?

  • 22 Georges Sadoul, “Témoignages photo­graphiques et cinématographiques”, in Charles Samaran (dir.), L’ (…)

La transcription de la discussion, la piste sonore et la bande-image de l’entretien original conservées aux archives du musée Mémorial de l’Holocauste permettent de répondre à cette question. Bien que l’enregistrement de l’entretien soit aujourd’hui disponible sous un format numérique qui synchronise le son et l’image, les deux pistes ont été enregistrées séparément en 1978. Le son a été capté à l’aide d’un magnétophone Nagra et l’image avec une caméra seize millimètres. En 1961, dans un article de méthode adressé aux historiens, Georges Sadoul écrit que, «le montage s’opère pour la bande-image, mais aussi pour la piste sonore dont les paroles, les musiques et les bruits sont le plus souvent enregistrés séparément avant d’être fondus ensemble pour la reproduction, par une opération appelée mixage. Le montage des sons et celui des images sont en rapport entre eux, mais ne sont pas directement liés22». La comparaison de la parole de Jan Karski telle qu’elle a été dite, enregistrée et conservée dans les archives, avec celle transmise dans Le Rapport Karski, révèle des différences notoires qui contestent les propos du réalisateur et l’effet de réalité produit par le montage.

D’abord, l’intégralité de l’entretien n’a pas été monté, l’ensemble de la discussion à propos de la visite de Jan Karski au camp d’extermination de Belzec reste ainsi non diffusé. D’autre part, comme dans Shoah, l’ordre de l’entretien de 1978 n’est pas respecté. Les séquences composant le film ont été extraites des bobines vingt-trois à trente, or l’avant-dernier plan provient de la toute fin de la bobine trente, la dernière utilisée.

  • 23 « Même à ce moment-là j’avais des suspicions, que certains de ces leaders – et qui que ce soit que (…)
  • 24 « Peut-être si je veux être un sceptique ou cynique, peut-être qu’il a “passé la balle”. Peut-être (…)
  • 25 Cf. La transcription pour les plans 6 et 7 de la page 62 à la page 67 et entre les plans 7 et 8, qu (…)
  • 26 On reprend ici les noms cités par Jan Karski en corrigeant l’orthographe proposée dans la transcrip (…)
  • 27 À l’époque, président du World Jewish Congress (WJC).
  • 28 À l’époque, président de l’American Jewish Congress (AJC).
  • 29 Homme politique anglais, conservateur, ministre d’État, entre 1943 et 1945. Il devient le baron Col (…)
  • 30 Traduction de l’anglais de l’auteur et passage souligné par l’auteur. Voir la transcription origina (…)

Ensuite, deux courts passages ont été coupés entre le plan 3 et le plan 423, puis entre le plan 5 et le plan 624. Les dialogues supprimés modulaient certaines des idées mises en avant par Lanzmann pendant la polémique, comme la sincérité des interlocuteurs rencontrés aux États-Unis. D’autres passages plus longs ont également été coupés au montage, entre les plans 6 et 7 et entre les plans 7 et 825. Karski s’exprimait alors au sujet de rencontres qui ont eu lieu avec: Lord Selborne, Sir Robert Anthony Eden, Cordell Hall, le cardinal Amleto Giovanni Gicognani, l’archevêque Edward Mooney, l’archevêque Samuel Alphonsus Stritch, l’archevêque Francis Joseph Spellman, le rabbin Stephen Samuel Wise, le docteur Nahum Goldman et Richard Law26. À l’exception du rabbin Wise27 et du docteur Goldman28, Karski mentionnait l’intérêt limité de ces personnalités pour la dimension juive de son rapport. Il finissait par dire à propos de Law29, «je crois qu’il était encore plus désintéressé que les autres. Sur cette part de ma mission, mais je ne me souviens pas de points particuliers30». Ces passages, exclus lors du montage de la piste son, modéraient également les idées défendues par Lanzmann.

  • 31 La retranscription du Rapport Karski est la suivante, alors que dans l’entretien original les terme (…)
  • 32 Voir note 3.
  • 33 On peut citer comme exemple la manière dont les témoignages des résistants yougoslaves internés dan (…)
  • 34 “The International Liberators Conference” (soutenu par le United States Holocaust Memorial Council) (…)
  • 35 L’ancien directeur du World Refugee Board (WRB), créé par l’administration Roosevelt à la fin de la (…)
  • 36 Lieutenant-général de l’armée de réserve de réserve qui dirigea les troupes qui libérèrent Auschwit (…)
  • 37 Historien et archiviste, responsable de la section militaire contemporaine, Archives nationales des (…)
  • 38 Discovering the « Final Solution » panel, Story RG-60.3814, cassette 2 656. Intervention de Jan Kar (…)
  • 39 Celle de Jan Karski est reproduite de la page 176 à la page 181 et les échanges avec Kalb aux pages (…).
  • 41 Une copie de la version éditée du texte annoté afin d’incorporer les différences avec le texte orig (…)
  • 42 B. S. Chamberlin et M. Feldman (dir.), The Liberation of the Nazi Concentration Camps 1945, op. cit (…)
  • 43 « I remember when I reported to Zygielbojm. When he asked, so what they want me to do ? No, first o (…)
  • 44 Parti juif antisioniste socialiste en Pologne. Yehuda Bauer, The Holocaust in Historical Perspectiv (…)
  • 45 On n’insiste pas ici sur le fait que le passage de la source audiovisuelle au texte écrit constitue (…)
  • 46 Comme l’ont écrit Ilsen About et Clément Chéroux, à propos d’un autre médium, un travail d’historie (…)

1 Il est également possible que cet entretien se soit déroulé début 1979. Claude Lanzmann cite ces deux dates alternativement dans ces entretiens. À titre d’exemple, la date de 1978 est mentionnée dans Claude Lanzmann, “Jan Karski de Yannick Haenel : un faux roman”, Marianne, no 666, 23-29 janvier 2010, p. 83, alors que la date de 1979 est mentionnée dans C. Lanzmann, “Jan Karski de Yannick Haenel : un faux roman”, Les Temps Modernes, no 657, janvier-mars 2010, p. 3. On sait qu’il a mené courant novembre 1978 des entretiens à New York avant de se rendre à Washington pour tourner avec Jan Karski.

2 Cf. David Engel, « He had been chosen, for this mission mainly because of his apolitical background, his impressive physical stamina and his photographic memory », in “The Western Allies and the Holocaust. Jan Karski’s mission to the West, 1942-1944”, Holocaust and Genocide Studies, vol. 5, no 4, 1990, p. 364.

3 Dans ses rapports oraux effectués pendant la guerre, ainsi que dans ses mémoires publiées en 1944 (Jan Karski, Story of a Secret State, Boston, Houghton Mifflin Company, 1944), jusqu’à ses témoignages auprès de Claude Lanzmann, puis de Walter Laqueur (Le Terrifiant Secret, Paris, Gallimard, 1981, p. 277-286), Jan Karski indique toujours avoir vu le camp d’extermination de Belzec. Raul Hilberg a démontré que le témoignage de Karski ne correspondait pas au camp de Belzec dans Exécuteurs, victimes, témoins. La catastrophe juive 1933-1945, Paris, Gallimard, 1994, p. 333-337, voir également R. Hilberg, Holocauste, les sources de l’histoire, Paris, Gallimard, 2001, p. 197-198. Dès 1990, David Engel avait postulé que Karski ne s’était pas rendu à Belzec, mais dans le camp de Belzyce dans “The Western Allies and the Holocaust. Jan Karski’s mission to the West, 1942-1944”, art. cit., p. 374. Il est possible que Jan Karski se soit, en fait, rendu dans le camp annexe de Belzec, Izbica Lubelska, voir Thomas E. Wood et Stanislaw M. Jankowski, Karski, How One Man Tried to Stop the Holocaust, New York, John Wiley & Sons Inc., 1994 ; E. Thomas Wood fait référence à la recherche menée par l’historien polonais Józef Marszalek. Comme l’indique Jean-Louis Panné, « Lorsqu’en 1993, il [Karski] eut l’occasion de revenir en Pologne, il se rendit sur les lieux des deux camps, et identifia formellement le camp d’Izbica, situé entre Lublin et Belzec, non loin de Zamosc », voir Jan Karski, le roman et l’histoire, Paris, Pascal Galodé éditeurs, 2010, p. 20. Dans un entretien filmé en 1995, Karski a expliqué qu’il s’était certainement rendu à Izbica et non – comme il l’a cru pendant des années – à Belzec, voir Diane Glazer Show, Los Angeles, Jewish Television Network, 1995, vidéo consultable aux archives Jan Karski, Hoover Institution Archives, Stanford University, boîte 31, dossier 11. Karski a fait remplacer la mention de Belzec par celle d’Izbica, dans la version de ses mémoires publiée en polonais en 1999, comme le fait remarquer Céline Gervais-Francelle dans “introduction”, Jan Karski, mon témoignage devant le monde, Histoire d’un État clandestin, Paris, Robert Laffont, 2010, p. XX et note 4, p. 389.

4 Pour une biographie de Jan Karski, voir T. E. Wood et S. M. Jankowski, Karski, How One Man Tried to Stop the Holocaust, op. cit. ; en français, J.-L. Panné, Jan Karski, le roman et l’histoire, op. cit. Jean-Louis Panné dit avoir essayé de faire traduire, en vain, la biographie de Jan Karski, p. 14. Pour ce qui est de ces missions, on peut se reporter à l’article de D. Engel, “The Western Allies and the Holocaust. Jan Karski’s mission to the West, 1942-1944”, art. cit. On notera enfin que les archives de Jan Karski et de ses biographes sont accessibles à la Hoover Fondation.