HOST VENTURI, Giovanni. – Nacque a Fiume, il 24 giugno 1892, da Francesco e Francesca Mandich.

Ottenuta la licenza di scuola media, si specializzò in odontotecnica. Partecipò come volontario, con il grado di capitano degli alpini e poi degli arditi, alla Grande Guerra, nel corso della quale si guadagnò tre medaglie d’argento al valore. Nell’immediato dopoguerra, l’H. fu tra i principali ideatori e organizzatori della marcia di Ronchi del settembre 1919, che portò all’occupazione di Fiume da parte di G. D’Annunzio.

Il 29 ott. 1918 si era costituito a Fiume un Comitato nazionale, poi Consiglio nazionale, presieduto da A. Grossich, che aveva solennemente auspicato l’annessione della città all’Italia. Nel novembre, reparti di truppe italiane, i granatieri di Sardegna, al comando del generale E. Asinari di San Marzano, di cui l’H. era aiutante di campo, erano state inviati a presidiare Fiume; quando San Marzano dovette sloggiare le truppe irregolari croate che vi si erano insediate, fu l’H. a trattare con i loro capi l’abbandono della città. La costituzione del Consiglio nazionale, composto soprattutto da elementi che si battevano per l’annessione all’Italia, fece in modo che la conferenza di Versailles si affrettasse a inviare a Fiume reparti francesi, britannici e statunitensi perché si unissero alle truppe italiane, per rendere ancor più manifesto che gli Italiani erano in quella città semplicemente nella veste di truppe agli ordini del Comando interalleato.

L’arrivo degli Alleati convinse l’H. a dare subito avvio alle manovre per favorire l’annessione di Fiume all’Italia. A questo fine si giovò della collaborazione di Grossich e di G.B. Giuriati, allora presidente dell’Associazione Trento e Trieste, mentre i collegamenti con B. Mussolini a Milano erano tenuti da E. Susmel.

L’idea di una cospirazione che risolvesse con la forza la questione di Fiume era maturata da tempo fra alcuni esponenti dell’irredentismo fiumano e, sin dall’aprile 1919, l’H. aveva reso noto a Giuriati un piano di tale natura. Inoltre, l’H. e Grossich avevano cominciato a sondare la disponibilità di alcuni autorevoli personaggi a mettersi a capo del progetto; in particolare l’H. aveva preso contatti con Peppino Garibaldi e con l’ammiraglio U. Cagni.

Nel maggio 1919, l’H. si recò a Milano per incontrare Mussolini, dal quale ottenne promesse d’appoggio; subito dopo, auspice Giuriati, vi furono a Roma diversi incontri con D’Annunzio. Nel frattempo, per mantenere vivo il clima di tensione tra le truppe italiane e quelle degli Alleati, l’H. andava reclutando, nell’Istria e nella Venezia Giulia, gruppi di irredentisti riunendoli nel Battaglione volontari fiumani, la cosiddetta Legione fiumana, la quale prese definitivamente forma tra il marzo e il maggio 1919, anche se la comunicazione ufficiale della sua costituzione avvenne il successivo 12 giugno; il corpo nasceva come arma necessaria a far precipitare la crisi fiumana.

 

Nel giugno 1919 vi erano stati tra l’H., Giuriati, Grossich, E. Coselschi e D’Annunzio diversi incontri a Roma, al Grand hôtel, dove il “vate” alloggiava, al termine dei quali era stato raggiunto un accordo di massima sul tentativo sedizioso. In luglio, Giuriati e l’H. si occuparono soprattutto di definire l’organizzazione della Legione stanziata vicino Fiume, in una località di importanza strategica. L’occasione per tentare il colpo di mano prese l’avvio dopo che, a causa di alcuni sanguinosi incidenti occorsi tra truppe italiane e francesi tra il 29 giugno e il 6 luglio 1919, una commissione di inchiesta interalleata, inviata a Fiume, aveva deciso di sfoltire le truppe italiane con l’allontanamento di alcuni reparti di granatieri. La decisione di passare alla fase operativa coincise con la partenza dei granatieri, condotta a termine nella terza decade dell’agosto 1919.

Da tempo, sin dall’ottobre precedente, l’H. aveva stabilito rapporti cospirativi strettissimi con l’alta ufficialità del corpo dei granatieri, molti dei quali, nonostante gli ordini contrari, erano rimasti nei pressi di Fiume, stabilendosi a Ronchi, continuando a mantenere rapporti segreti con l’H. e con gli altri membri della cospirazione, e garantendo una loro rilevante partecipazione all’imminente sedizione. Messo in preallarme dall’H., alla fine di agosto D’Annunzio si era trasferito a Venezia, da dove aveva continuato a mantenere contatti operativi con lui e con altri elementi di spicco della vita politica fiumana.

Nella notte tra l’11 e il 12 sett. 1919 D’Annunzio entrava a Fiume, mentre il Battaglione dei volontari fiumani, come da accordi presi in precedenza, gli si faceva incontro. Nell’ottobre, in sostituzione del precedente, veniva eletto il nuovo Consiglio nazionale della città che nominò l’H. rettore alla Difesa nazionale di Fiume, carica che, nella prosa dannunziana, era equiparata a quella di ministro della Difesa; egli fu tra gli elementi più attivi e rappresentativi del governo fiumano.

L’H. faceva parte del Comitato per le rivendicazioni nazionali, presieduto da O. Sinigaglia, e aveva preso la parola al comizio antinittiano, tenutosi a Roma il 29 giugno 1919, concluso con il tentativo, frustrato, di portare la manifestazione davanti alla residenza romana di F.S. Nitti; fu, quindi, nella delegazione che, nell’aprile 1920, si recò nella capitale per trattare con il presidente del Consiglio la fine, o quanto meno l’allentamento, dell’embargo a cui il governo italiano aveva sottoposto la città. Nel luglio di quell’anno, l’H., insieme con A. De Ambris, firmava un promemoria indirizzato al Parlamento italiano in risposta a una petizione molto critica nei confronti dell’occupazione di Fiume presentata da R. Zanella, deputato fiumano autonomista, contrario all’annessione.

Tra il giugno e il luglio del 1920, insieme con Giuriati, l’H. avviò, inoltre, una serie di incontri segreti con croati, montenegrini e albanesi per sondare le possibilità di una campagna concertata che mirasse a “impedire il consolidamento della così detta Jugoslavia” (Giuriati, p. 159).

Nel corso delle trattative si era giunti a stabilire le modalità e la data di una azione militare antiugoslava che avrebbe dovuto essere intrapresa dalle minoranze ostili al predominio serbo sul nuovo Regno, ma il trattato di Rapallo (12 nov. 1920) era giunto a stroncarne la realizzazione.

Come ministro della Difesa della Reggenza del Carnaro l’H. fu tra i firmatari del cosiddetto “patto di Abbazia” (31 dic. 1920), che poneva fine a Fiume all’esperienza dannunziana stabilendo la cessazione delle ostilità e le modalità di sgombero da parte dei legionari. Fu, quindi, confermato nella sua carica da Grossich, cui il Consiglio nazionale di Fiume aveva dato mandato di costituire un nuovo governo. Ricoprì questo ruolo fino al 2 luglio 1921, quando il governo Giolitti, dimissionario, nominò A. Bassignano comandante di tutte le forze italiane a Fiume e quindi indirettamente responsabile anche dell’ordine pubblico.

Oscillanti furono inizialmente i rapporti dell’H. con il fascismo: iscrittosi, il 1° ott. 1920, ai fasci di combattimento aveva cessato di partecipare alle attività del fascio fiumano nel 1922 perché, nonostante il divieto del direttorio fascista, aveva deciso di prendere parte ai lavori della Costituente fiumana, insediatasi il 5 ott. 1921, nella cui minoranza l’H. era stato eletto mentre la maggioranza era nelle mani del partito autonomista di R. Zanella.

L’H. si era anche preoccupato di riorganizzare il corpo dei legionari dannunziani sbandati, integrandolo con i numerosi fascisti che nel frattempo avevano raggiunto Fiume alla spicciolata; nel febbraio 1922, egli si rese protagonista di una serie di violenze ai danni di cittadini e forze dell’ordine. Ostile all’egemonia zanelliana, l’H. aveva poi preso di nuovo a complottare per organizzare un altro colpo di mano di orientamento nazionalista e annessionistico, che trovò un’eco anche nei rapporti diplomatici italo-iugoslavi.

Tuttavia, dopo la marcia su Roma (28 ott. 1922), si mostrò in linea con lo spirito collaborativo con cui Mussolini intendeva improntare i rapporti con la Iugoslavia sulla questione di Fiume. L’H. lavorò, infatti, alla “normalizzazione” del fascio fiumano, con l’allontanamento di alcuni dei più scalmanati sostenitori della soluzione annessionistica; questo atteggiamento più moderato favorì, nel gennaio 1923, il suo ritorno alla testa della Milizia nazionale fiumana.

L’H. diresse la segreteria della Federazione fascista di Fiume dal 15 nov. 1925 al 24 maggio 1928, e fu commissario straordinario di quella di Pola dal 1° apr. al 24 maggio 1926. Il suo odio nei confronti della Iugoslavia negli anni successivi rimase comunque inalterato; ne dà testimonianza un suo articolo apparso su Gerarchia (Il porto di Fiume) nel settembre 1927, dove non esita ad auspicare una futura guerra alla Iugoslavia al fine di regolare in modo più favorevole all’Italia le clausole del trattato di Roma e restituire in tal modo slancio all’economia fiumana la quale, a suo avviso, soffriva soprattutto a causa dell’avvenuta divisione del porto di Fiume – in forza degli accordi italo-iugoslavi del 1924 -, con l’attribuzione di Porto Barros al Regno iugoslavo.

Fu consigliere nazionale del Partito nazionale fascista (PNF) e, dal 1934 al 1935, membro della Corporazione della previdenza e del credito; dal gennaio 1935 all’ottobre 1939, fu sottosegretario alla Marina mercantile presso il ministero delle Comunicazioni, all’epoca retto da A.S. Benni.

La sua nomina era, da parte di Mussolini, un modo di bilanciare l’influenza del ministro – industriale, a lungo presidente della Confederazione generale dell’industria (Confindustria) – con un elemento proveniente dalla gerarchia fascista. Come sottosegretario alla Marina mercantile l’H. fu tra coloro che più contribuirono al consolidamento della Società finanziaria marittima (Finmare) che copriva il settore marittimo nell’ambito dell’Istituto per la ricostruzione industriale (IRI).

Il 31 ott. 1939 venne chiamato a sostituire Benni alla guida del ministero delle Comunicazioni.

Si trattò di un rimpasto ministeriale che servì a Mussolini per allontanare i “tecnocrati” che fino ad allora avevano avuto in mano i dicasteri economici più importanti. La decisione venne presa nel clima della polemica cosiddetta “antiborghese” e non fu estraneo alla decisione di Mussolini l’approssimarsi della guerra. A dirigere tali delicati settori egli volle chiamare personaggi più organici al PNF, elementi più fidati, uomini della “rivoluzione fascista”, e l’H. era sicuramente tra questi, anche se, come scrisse G. Ciano, era pure antitedesco al “cento per cento”. Evidentemente nella scelta dell’H. finì per prevalere in Mussolini l’apprezzamento di un’incrollabile fedeltà al fascismo piuttosto che di un’ambigua sintonia con l’alleato tedesco.

L’H. restò al ministero delle Comunicazioni fino al 6 febbr. 1943, quando venne sostituito dal senatore V. Cini, anche questa volta a seguito di un massiccio rimpasto governativo che vide l’allontanamento di fascisti autorevoli. Furono determinanti in quella decisione le pesanti sconfitte militari e l’approssimarsi dell’invasione del territorio nazionale da parte degli Alleati.

Dei tre settori concernenti le Comunicazioni – Ferrovie dello Stato, Poste telegrafi e telefoni e Marina mercantile – quello che più impegnò l’H. come ministro fu la Marina mercantile, per il ruolo preminente che era chiamata a svolgere nello sforzo bellico. Il suo successore Cini confidò in seguito a G. Bottai di aver trovato in condizioni disastrose i trasporti, “in ispecie marittimi” (Bottai, p. 368); tuttavia non si può concludere che le responsabilità di ciò risalissero esclusivamente alla conduzione dell’H., il quale pagò per il pessimo andamento della guerra e per la penuria di risorse finanziarie che impedivano al governo di investire per il reintegro delle forti perdite subite dalla flotta mercantile. Inoltre, il dirigismo mussoliniano degli eventi legati alla guerra rappresentò per i dicasteri interessati un intralcio non indifferente. D. Grandi racconta, per esempio, che la dichiarazione di guerra del giugno 1940 fu tenuta nascosta anche al responsabile di un ministero così importante ai fini bellici come quello delle Comunicazioni. Alle proteste vivaci che l’H. indirizzò a Mussolini per questa decisione improvvisa “che permetteva al nemico di impossessarsi di una quantità cospicua del nostro tonnellaggio mercantile” (Grandi, p. 586), Mussolini rispondeva rassicurandolo che i giorni successivi egli avrebbe riavute le navi triplicate dal bottino di navi inglesi e francesi.

Fino alla caduta del fascismo l’H. non ricoprì più cariche prestigiose, né di governo né di partito (venne solo nominato membro della Corporazione dei chimici). Prese invece chiaramente posizione la notte del Gran Consiglio (24 luglio 1943), quando non perse mai i contatti con alcuni membri ostili all’ordine del giorno Grandi.

Contatti più stretti ebbe con il generale A. Tarabini, che era stato incaricato di sorvegliare manu armata il normale svolgimento della discussione. La mattina successiva prese contatto con C. Scorza e, venuto a conoscenza del risultato della votazione, cercò di incoraggiare alla reazione gli elementi avversi all’ordine del giorno Grandi, imprecando di fronte alla evidente incapacità e abulia delle strutture del PNF e contro Tarabini, che lo consigliava di aderire al nuovo governo Badoglio, osservando che “non può scomparire il fascismo, dopo 21 anni di Governo, come polvere al vento” (Roma, Arch. centrale dello Stato, Segreteria particolare del capo della Polizia, Repubblica sociale italiana, b. 12, f. Host Venturi Giovanni).

Aderì alla Repubblica sociale italiana, pur non ricoprendo cariche né posti di rilievo. Alla fine della guerra preferì abbandonare l’Italia.

L’H. morì a Buenos Aires il 29 apr. 1980.

Fra le opere dell’H. si ricordano: La passione di Fiume, Fiume 1928; Raffaele Rubattino, in Celebrazioni liguri, parte I, Urbino 1939, pp. 243-274; L’impresa fiumana, Roma 1976.

Fonti e Bibl.: Roma, Arch. centrale dello Stato, Archivi fascisti, Partito naz. fascista, Direttorio naz., Segreteria pol., Consiglieri nazionali, b. 16, f. H. V. G.; Segreteria particolare del duce, Carteggio riservato, b. 47, f. H. V. G.; Ministero dell’Interno, Direzione generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Polizia politica, Fascicoli personali, b. 662, f. H. V. G.; Segreteria particolare del capo della Polizia, Repubblica sociale italiana, b. 12, f. H. V. G.; G. Bottai, Diario 1935-1944, a cura di G.B. Guerri, Milano 1989, ad ind.; G. Ciano, Diario 1937-1943, a cura di R. De Felice, Milano 1990, ad ind.; E. Caviglia, Il conflitto di Fiume, Milano 1948, passim; G. Giuriati, Con D’Annunzio e Millo in difesa dell’Adriatico, Firenze 1954, passim; P. Alatri, Nitti, D’Annunzio e la questione adriatica, Milano 1959, ad ind.; R. De Felice, Mussolini il duce, II, Lo Stato totalitario, 1936-1940, Torino 1981, ad ind.; D. Grandi, Il mio paese, a cura di R. De Felice, Bologna 1985, p. 586.